Sensazioni dalla foresta amazzonica

di Vincenzo R. - Sede Gondwana Lago Agrio FEPP, SCU Ecuador 2025/2026

Tutte le volte che ho vissuto un’esperienza così forte da sentirmi sopraffatto dal mondo, mi è salita  la febbre. Mi è successo, ad esempio, dopo la laurea, o il primo giorno in cui ho rivisto la ragazza  che amo dopo tanto tempo. Non so cosa mi succede, ma mi immagino questo per darmi una  spiegazione: sto camminando, c’è un vento forte e oggetti casuali, astratti e concreti mi volano  contro velocemente, rischiando di ferirmi. Io metto le mani davanti e con gran forza e abilità li  respingo tutti. Ad un certo punto, gli oggetti diventano troppi e troppo forti; li tengo tutti con la sola  forza delle mani finché la tempesta non aumenta e non ce la faccio più. Le braccia mi cadono e tutto  quello che stavo tenendo fuori mi colpisce. Devo lasciare che accada, non fa così male come  pensavo. Mi sale lo stesso la febbre, però, perché il mio corpo non è abituato a tutti questi oggetti  estranei; li respinge. Non sopporta facilmente tutte queste sensazioni, emozioni, ansie, lotte, forme,  colori, verità, miti, leggende, pensieri, spiriti, incantesimi, superstizioni, tradizioni, modi di vivere.  

Mi è salita la febbre la prima volta che ho visto la foresta amazzonica. Ero abituato a poter  controllare la natura che avevo attorno in Europa. Arrivi in un bosco con l’erba ben tagliata da altri  esseri umani prima di te, ti ci siedi, prendi il sole. Se il sole è troppo forte, ti metti sotto un albero.  C’è lo stesso albero ovunque, ne apprezzi la serenità e ciò che ha da trasmetterti. In Amazzonia la  natura è tutt’altro. Nessuno l’ha resa comoda per te ed ogni elemento suggerisce che sarebbe meglio  lasciare stare gli alberi, le piante, le radici e il fango così come sono. Sarebbe uno sforzo inutile e  troppo grande rendere la foresta a immagine e somiglianza dell’uomo, così come lo sono i nostri  parchi. Se metti il piede in un posto sbagliato, probabilmente il fango ti arriva fino alle ginocchia; se  non segui il sentiero, sicuramente ti perdi; se non guardi dove vai, puoi sempre inciampare; non ti  puoi sedere a terra: non è comodo e forse le formiche potrebbero cominciare a morderti. Se esce il  sole, scotta; se comincia a piovere, è un acquazzone. Niente si cura di te, solo tu puoi farlo. 

I significati che ti si parano davanti sono infiniti e incontrollabili. L’immaginazione umana non potrà mai creare qualcosa di simile alla foresta  amazzonica. C’è già ogni forma, ogni colore, ogni  suono. Da un albero di trenta metri dalle foglie piccole e dalla chioma folta spuntano radici inamovibili, sulle quali si forma un altro albero dalle foglie larghe, attorcigliato da una pianta che ruba il nutrimento dal suo tronco. Su quella pianta sono appesi strani boccioli che ricordano la forma della testa di un cigno messa sottosopra. Sono tutti in fila, colorati di giallo e fucsia. Colori accesissimi che non stonano mai tra loro. Intanto una carovana di formiche, forse centinaia di migliaia, sta trasportando pezzi di foglie e rami verso casa. La loro casa è una struttura di terra, sabbia e detriti vegetali solida, larga circa tre metri ed alta un metro, con picchi più alti degli altri che somigliano a grattacieli in miniatura e almeno dieci ingressi diversi: è una vera e propria città. Si ascolta in sottofondo il verso del mochilero, un uccello nero con la coda gialla che chiacchiera con i suoi compagni. Il suo verso è uguale al suono di una decina di  gocce che cadono quasi contemporaneamente in acqua. Alzando la testa, si nota il suo nido: lo  chiamano mochilero perché i nidi che fa sembrano delle borse da spalla (mochilas), che penzolano  dai rami. Sono appesi ovunque. I mochileros ne fanno tanti così da ingannare i predatori su quale sia  quello in cui si trovano i piccoli. Inoltre, ogni nido ha dei falsi ingressi che riportano fuori i  visitatori indesiderati che non conoscono la strada, come i boa. Tutto questo, e molto di più, rientra  in un solo sguardo breve e fugace, che non potrà mai riuscire a fissarsi su tutti i dettagli. Un solo  ettaro (che ha circa la grandezza di un campo da calcio a 11) della riserva naturale del Cuyabeno, a  nord dell’Amazzonia ecuadoriana, contiene più biodiversità di tutta l’Europa. Tutto s’incastra perfettamente nella sua causalità. La potentissima alterità del mondo, nella foresta, si palesa nella più bella delle sue forme. 

C’è sempre un temporale in arrivo. C’è sempre una foglia che sta cadendo e una che si sta decomponendo. Sta sempre tutto per cambiare, per finire e ricominciare. L’Amazzonia non possiede solamente infinite forme di vita, ma anche innumerevoli forme di morte. Tutto vive e muore costantemente. Uno scroscio struggente di pioggia dura solo un minuto. Così, ad ogni passo, il presente è diverso dal passato e ancora molto lontano dal futuro. È dove dev’essere: dove a noi raramente capita di trovarci. Il tempo si allunga e mostra palesemente di essere fatto eventi che si susseguono e non dalle lancette di un orologio. Come più tutta questa vita condensarsi in un frammento così breve di esperienze? Come posso aver provato tutte queste sensazioni? È troppo per  un secondo di vita umana, è incomprensibile.

Diventa necessario, dunque, ridimensionarsi, accettare il proprio limite ed esistere nel proprio  minuscolo nucleo di vita umana. Governare è impossibile, annullarsi anche. Si è costretti ad essere. L’obesità di pensiero degli esseri umani che spesso strabocca nella voglia di controllo e  comprensione di ogni cosa diventa superflua. La selva significa al posto tuo, crea al posto tuo e ti  ridona il tuo piccolo posto nel mondo.

I kofanes parlano di persone invisibili che abitano tra gli alberi e che, alla pari degli uomini visibili,  odiano e amano, rispettano e fanno scherzi. Non è in loro potere governarli, ma possono rispettare  la loro casa, così da rimanere amici e farsi aiutare. Non vedo altra alternativa. Quale pazzo  penserebbe mai di poter governare una tale potenza?  

 

Vincenzo Russo