Non cambierò il mondo
di Caterina A. - Sede Gondwana Guaranda, SCU Ecuador 2025/2026
L’idea di partire per il Servizio Civile Universale all’estero è nata dal mio bisogno di ritrovare pienezza e soddisfazione nel lavoro. Per un anno ho lavorato nell’ufficio marketing di una grande azienda italiana, passando otto ore al giorno davanti al computer. Sentivo che il mio lavoro era un piccolo ingranaggio di un meccanismo enorme, ma i risultati raggiunti dall’azienda non mi davano alcuna gratificazione. A essere sincera, non mi interessavano affatto. Nel mio lavoro dovevo spingere le persone ad acquistare qualcosa di cui non avevano bisogno, per far sì che il capo, un miliardario, diventasse ancora più ricco. Un sistema efficiente, certo, ma vuoto. E soprattutto lontano da ciò che stavo cercando. Non volevo più essere parte di un modello che danneggia le persone e il pianeta. Desideravo sentirmi parte di qualcosa che provasse davvero a cambiare il mondo in meglio.
In Ecuador ho trovato qualcosa di cui potermi sentire fiera. Al mio arrivo come volontaria del FEPP a Guaranda sono stata inserita nella gestione della Tienda Killa, un negozio pensato per dare spazio ai prodotti artigianali delle piccole imprese locali.
Per tanto tempo il negozio era stato abbandonato a sé stesso e oggi purtroppo non vende quanto dovrebbe. Il suo potenziale tuttavia è evidente: nel progetto, nelle persone, nella città. Ma anche i problemi lo sono, e proprio per questo ero carica di proposte, di iniziative, di soluzioni. C’era entusiasmo, c’erano finanziamenti, c’erano buone intenzioni. Eppure, qualcosa si inceppava. “Ci vuole un’autorizzazione”, “serve l’approvazione dei soci”, “il Municipio non approverà mai”. Poco alla volta ho iniziato a scontrarmi con la realtà del sistema: mancanza di comunicazione e di coordinamento, problemi nelle infrastrutture. Una dopo l’altra le mie proposte venivano smontate. È arrivato così un momento di sconforto. Quello in cui pensi: allora non si può fare niente. Mi sono detta che avrei fatto solo quello che mi veniva chiesto: aggiornare l’inventario, registrare i prodotti nuovi e le (poche) vendite.
Poi però mi sono resa conto di non essere l’unica a voler cambiare le cose. La mia collega condivideva la stessa frustrazione, la stessa stanchezza per quella situazione di stallo. Anche lei voleva il cambiamento, ma non aveva il tempo, le energie, la possibilità di dedicarsi completamente alla Tienda Killa.
E proprio in quel momento è arrivata una svolta. Una delle ONG che finanzia la Tienda ha deciso di investire davvero nel progetto. Hanno organizzato corsi e seminari coinvolgendo me e tutti i fornitori. Punteremo sulla comunicazione nei social media per far sì che la città e i turisti ci conoscano di più.
Ora sono a metà della mia esperienza. Conosco i miei colleghi, i beneficiari, le loro storie. Sto iniziando a capire come funziona il sistema, con i suoi limiti ma anche con i suoi spazi di manovra. Ho imparato che qui la pazienza è una competenza tanto quanto la creatività, e che il cambiamento raramente arriva come lo immagini.
So che nell’arco del mio servizio non vedrò mai la Tienda Killa piena di turisti e con il fatturato sperato. Ma ho imparato a ridimensionare gli obiettivi senza sminuirli: migliorare i rapporti con i fornitori, trovarne di nuovi, far sì che credano anche loro nel progetto. E, passo dopo passo, aumentare le vendite. Si spera, anche per merito del mio lavoro sui social.
Certo, non cambierò il mondo. Però voglio fare la differenza. E oggi questa consapevolezza è l’insegnamento più prezioso che voglio portarmi a casa da quest’esperienza.