Tre lezioni dall'Ecuador che hanno cambiato la mia visione del mondo
di Chiara M. - Sede Gondwana Ibarra, SCU Ecuador 2025/2026
Quando ti viene detto che un’esperienza ti cambia la vita non ci si crede mai abbastanza.
E di certo non lo credevo io quando quella telefonata mi comunicò che stavo per partire.
Eppure dopo esser stata travolta da un vortice di pensieri, momenti e sensazioni mi ritrovo dall’altra parte del mondo, in Ecuador. Qui sarebbe cambiata totalmente la mia visione di concepire il mondo e di concepire me stessa, e probabilmente di questa cosa me ne sarei accorta solo mesi dopo il rientro (processo in realtà già iniziato nella mia testa durante il rientro intermedio).
A volte abbiamo bisogno che una luce diversa ci illumini gli occhi prima di vedere la realtà in modo totalmente diverso, ed io sono sempre stata immensamente curiosa e innamorata del mondo ma convinta di vivere nell’unico possibile: il mio, o meglio, quello in cui sono cresciuta e in cui sono stata abituata a stare.
L’Ecuador mi ha sbattuto in faccia tutta la sua realtà in modo violento e soprattutto inaspettato. Ed io ho osservato quello che mi circondava con gli occhi spalancati, senza mai sbattere le palpebre per non rischiare di perdermi nemmeno un secondo.
Dopo qualche primo giorno trascorso con occhi attenti nella capitale, salgo in macchina dirigendomi verso Ibarra per la prima volta, con il naso attaccato al finestrino, e sentendomi piccolissima. Mi guardo intorno. Non immaginavo che il colore verde potesse rivelarsi in così
tante sfumature. E che il cielo potesse essere così azzurro e le Ande così accoglienti, avvolgendoti in un abbraccio materno e millenario. Qui il sole cambia velocemente senza avvisarti, ma c’è sempre, anche se a volte è più facile trovarlo nelle persone che incontri.
Nonostante mi ritrovassi completamente immersa in una nuova realtà, il mio contatto con le donne e gli uomini indigeni non fu immediato. I primi incontri, avvolti da diffidenza e silenzi, lasciarono però presto spazio ai sorrisi, fino al punto da poterli chiamare compañeros. La prima volta nella comunità di San Clemente incontrai persone vestite dai mille colori dei loro abiti tradizionali, con le mani segnate dal tempo e dal lavoro dei campi e lo sguardo fiero. Sguardo dominato da anni e anni di lotta, di resilienza e di fiducia in un mondo più inclusivo e
democratico. E fu proprio durante le settimane di manifestazioni contro il governo che paralizzarono il Paese ad ottobre che mi resi veramente conto della forza di un popolo. Per un mese e mezzo quelle mani smisero di cucire, lavorare i campi e mungere gli animali per impugnare bandiere, striscioni e megafoni per percorrere strade che risuonavano con le voci dei popoli, diventando così vive, accompagnate dai canti di libertà urlati all’unisono. Non avevo mai assistito a qualcosa del genere.
La seconda lezione che l’Ecuador mi ha insegnato è proprio il senso di compañerismo delle popolazioni locali. Diventa quindi normale vedere negozi vendere lo stesso prodotto uno a fianco all’altro e impari presto che se la vecina non ha gli aguacates di cui avevi bisogno, sarà lei stessa a consigliarti un altro posto in cui poterli trovare.
È una vita più attenta alle esigenze degli altri, più alla portata di tutti e genuina. E in una società (la nostra) in cui si é costretti ogni giorni a fare lo slalom tra l’indifferenza, l’egoismo e la diffidenza, scoprire che in Ecuador esiste il termine “minga” (giornata di lavoro comunitario a cui tutti gli abitanti della comunità partecipano per il miglioramento e lo sviluppo della stessa) non può che far riflettere.
Una cosa che ho imparato sin dalle prime volte sul campo tra le comunità indigene è proprio l’approccio diverso alla vita, seguendo i ritmi lenti della natura. Perché qui in Occidente ci siamo dimenticati di dipendere dalla natura, anzi pensiamo di poterla controllare nella nostra concezione estremamente antropocentrica.
È tra le Ande che ho imparato ad riascoltare il mio ritmo, a controllare il respiro dopo i 4000 metri, ad emozionarmi per un tramonto dopo una lunga giornata di lavoro. Solo dopo averci vissuto capisci che il paramo è veramente un sentimento, dove il tempo scorre più lentamente e i frailejones ondeggiano solo se sospinti dal vento. Il paramo, così come le popolazioni indigene che lo abitano, apparentemente distante e secco ma in realtà pieno di vita e ricco di acqua.