“Come lo facciamo?”: appunti dal conurbano di Buenos Aires
di Elisa M. - Sede Gondwana Arte con Todos, SCU Argentina 2025/2026
“MAAAA come va laggiù? Com’è la vita lì? Cosa fai? Come sono le persone? Sono accoglienti? Che mondo è? E il ciboooo?!”
Eccomi qui, nella mia amata Livorno, per due settimane… e queste sono solo alcune delle domande che, praticamente ogni secondo della mia permanenza, mi sono state rivolte con curiosità e affetto. Così tante volte che, insieme a mio cugino, abbiamo deciso di trasformarle in un gioco: soffermarci su di esse, lasciarci stupire da quelle più originali e particolari e osservare, ascoltare, perfino studiare le mie stesse risposte. Un modo per cogliere l’occasione di “fermarmi” e guardare dall’esterno ciò che sto vivendo dall’altra parte del mondo.
Sono domande che a volte risultano totalmente fuori contesto, come se l’Argentina e Buenos Aires non fossero un paese a tredici ore di volo, ma una galassia lontana e sconosciuta. E, a pensarci bene, prima di partire forse lo erano anche per me.
Queste due settimane di totale spaesamento e frenesia stanno diventando un’occasione reale per rendermi conto che questa esperienza la sto vivendo davvero. È come se, per un brevissimo istante, in un anno che mi appare completamente irrazionale e dilatato, fossi tornata a essere “l’Elisa di sempre”, che guarda da lontano quella Elisa che, da poco, sta realmente vivendo la sua vita dall’altra parte del mondo.
In fondo, sì: per me l’Argentina e Buenos Aires erano un po’ come lo sono ora per molti dei volti amici che mi pongono queste domande curiose, una galassia fuori dal tempo e dallo spazio. Il tentativo di informarmi prima della partenza è stato grande, importante e utile, ma nonostante tutto il mio cervello non riusciva davvero a costruire un immaginario, una fantasia concreta di quella che sarebbe stata la mia vita laggiù.
Quella che immaginavo sarebbe stata la mia vita laggiù è, oggi, semplicemente la mia vita qui.
Arrivare a Buenos Aires per il servizio civile ha significato entrare in una parentesi spazio-temporale totalmente inattesa: un luogo lontano, una lingua quasi sconosciuta, persone nuove, una casa condivisa con perfetti estranei e la sensazione costante di essere, allo stesso tempo, profondamente spaesata e immensamente grata.
I primi mesi sono stati un intreccio intenso e stratificato di emozioni: stupore, entusiasmo, frustrazione, nostalgia, paura, desiderio. La difficoltà più grande, all’inizio, è stata senza dubbio la lingua. Non riuscire a esprimere davvero ciò che sentivo – soprattutto nei momenti di condivisione, racconto e confronto – mi ha resa vulnerabile come non mi era mai successo prima. È stato faticoso sentirmi “indietro”, limitata, costretta a un’espressività elementare. Eppure, proprio questa mancanza ha aperto spazi nuovi: un ascolto più profondo, uno sguardo più attento, una presenza più consapevole nei confronti dell’altro.
Il cuore pulsante di questa esperienza è stato il DISPA – Espacio Disparate – centro culturale indipendente di Lanús che ci ha accolto fin da subito con un calore raro e autentico. Il DISPA non è solo un luogo fisico, ma un organismo vivo, attraversato da relazioni, memoria e cura. Qui il presente dialoga costantemente con il passato: con le ferite ancora aperte della dittatura argentina, con il bisogno di giustizia, di elaborazione, di racconto. Nulla è neutro, nulla è separato dalla storia.
Attraverso i racconti di Mariana, Guille, Vivi e di tutta la comunità che anima lo spazio, ho compreso quanto l’arte possa essere uno strumento profondamente politico nel senso più umano del termine: un mezzo di resistenza, di incontro, di trasformazione reale. Teatro, gioco, parola e presenza diventano pratiche quotidiane per costruire cittadinanza attiva, relazioni sane e possibilità di espressione, soprattutto per chi spesso non ha voce.
Anche sul piano umano questo percorso è stato sorprendente e a tratti destabilizzante. Ho dovuto fare i conti con una fragilità che non conoscevo, con il senso di solitudine, con la nostalgia per casa e per tutto ciò che avevo lasciato. In questo attraversamento, però, sono nate relazioni autentiche, scelte consapevolmente: legami fatti di complicità, sostegno reciproco, ironia e cura. Condividere la quotidianità, la fatica, ma anche la leggerezza e la “stupidera”, sta rendendo questo percorso vivo e profondamente vero.
Con il tempo, anche il lavoro ha preso forma e significato. L’affidamento del progetto della juegoteca e il lavoro teatrale con i bambini hanno segnato per me una svolta importante. Giocare, creare, immaginare insieme a loro, anche senza padroneggiare completamente la lingua, mi ha ricordato con forza perché sono qui: perché credo profondamente che l’arte, il gioco e la relazione abbiano un potere trasformativo reale, capace di cambiare il modo in cui abitiamo il mondo.
Oggi sento di far un po’ parte di questa realtà che gentilmente mi è stata aperta. La stanchezza è tanta, ma è una stanchezza piena, che calma il cuore. È la stanchezza di chi vive intensamente, di chi sente di essere nel posto giusto anche nella difficoltà. E in questo gli argentini – o almeno quelli che ho avuto il privilegio di conoscere – sono dei veri maestri: non esiste il “questa cosa non si può fare perché mancano le risorse”, esiste piuttosto un continuo e ostinato “come la facciamo?”.
Ecco, questa è la grande frase risolutiva: “come lo facciamo?”.
Penso che, ad oggi, sia uno degli insegnamenti e degli stimoli più grandi di questa esperienza di servizio civile. È il tentativo continuo di fare una cosa che sembra impossibile, di guardarla da prospettive diverse per capirla a fondo, o anche per non capirla del tutto, e arrivare comunque alla sua essenza, per afferrarla e viverla in tutta la sua bellezza.
Questo è ciò che il servizio civile mi sta donando: la possibilità di essere più presente, più essenziale, e di abituarmi a stare nella complessità senza fuggire.
E la città di Buenos Aires ( anzi, il suo conurbano) è il luogo perfetto per questo: ti mette alla prova, ti sfida, ti trasforma e, alla fine, ti conquista lentamente. E io sono profondamente grata di essere qui, dentro questa esperienza, a viverla fino in fondo.