Dove si impara a restare: casa, partenza e resistenza
di Gaia P. - Sede Gondwana IPNA, SCU Argentina 2025/2026
Nel momento in cui scrivo questo articolo mi trovo su un treno in Italia. È gennaio, fa freddo e il paesaggio della pianura lombarda, terra in cui affondano le mie radici ma che oggi faccio fatica a chiamare casa, è coperto da un sottile velo di brina. Luoghi che non attraverso da mesi mi appaiono sempre più lontani e, mentre campagne e industrie scorrono veloci fuori dal finestrino, mi perdo nei pensieri.
Mi chiedo di cosa vorrei parlare in queste righe: quali sensazioni, emozioni, incertezze e dubbi vissuti nei miei primi mesi in Argentina desidero fissare sulla carta? Queste parole dovrebbero portare conforto o meraviglia a chi le leggerà? Come racchiudere in poche pagine ciò che sto vivendo? Così inizio a viaggiare con la mente, nel tempo e nello spazio, tornando a un anno fa, quando riempivo ogni momento libero leggendo e analizzando la marea di progetti di servizio civile. La scelta di partire, nonostante le mille incertezze, mi sembrava la più coerente. Ricordo ancora la difficoltà con cui inviai la domanda l’ultimo giorno disponibile: e se non avessi scelto il progetto giusto? E se non fossi risultata idonea? I dubbi si rincorrevano senza sosta, ma capii che le risposte avrei potuto trovarle solo provandoci. Mettermi alla prova era l’unico modo per darmi la possibilità di cambiare. Dopo il colloquio, il resto è avvenuto quasi naturalmente, senza rendermene conto avevo già le valigie pronte e un piede fuori dalla porta. Pochi giorni prima della partenza ci fu l’incontro con gli altri civilisti, iniziare a conoscersi, confrontarsi, rassicurarsi a vicenda, sapendo che quelle persone fino a poco prima sconosciute sarebbero presto diventate una nuova famiglia. Forse è proprio il concetto di casa, di familiarità, di appartenenza a tutti i luoghi e allo stesso tempo a nessuno, ciò su cui sto riflettendo di più in questo momento del mio servizio civile. Nel pensare a tutto ciò continuo a guardare fuori dal finestrino del treno e mi perdo a immaginare, proiettandomi in uno spazio lontano da qua, dov’è casa?
Il paesaggio cambia rapidamente. Gli alti e affollati palazzi dell’area urbana di Buenos Aires si diradano, i tetti si abbassano e il verde inizia ad entrare in scena. Immense distese di prati prendono il posto delle strade cittadine; le auto e i motorini si sono tramutati in mucche che pascolano tranquille, mentre il frastuono urbano si dissolve nel cinguettio degli uccelli. Tutto sembra rallentare. Distratta da questa quiete tanto attesa, scorgo il cartello della stazione: “Alejandro Petion”, è la mia fermata, devo scendere. Saluto il capotreno augurandogli buona giornata; lui risponde con un cenno e riparte fischiando, sventolando un fazzoletto bianco. Costeggio i binari della stazione, passo accanto alle case da cui provengono l’odore della brace appena accesa e la cumbia villera a tutto volume. Saluto i vicini, ormai volti familiari, e quando la strada asfaltata si interrompe so di essere quasi arrivata. Fuori dalla casetta rossa mi aspetta Uma che, anche se zoppicante, mi corre incontro scodinzolando. È sempre bello tornare a casa. Questa casetta dal tetto basso, nascosta tra gli alberi e che all’inizio faticavo a chiamare “casa”, oggi è ciò che ho di più familiare. Accanto alla casetta rossa si trova la Fundación Ipna, un centro diurno per giovani e adulti con disabilità cognitive che da anni accoglie persone provenienti da ogni parte del mondo, facendole sentire parte di una grande famiglia. Dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 16, circa quaranta persone di età e disabilità diverse si incontrano per condividere gli spazi ed il tempo, imparare cose nuove e misurarsi con gli altri. La fondazione ospita diversi tallers (laboratori): quello di cucina e catering, dove ogni giorno si preparano budines, cookies e pastafrolas, imparando a rispettare tempi, ruoli e ricette; quello di arte e biblioteca, in cui si legge, si ascolta e si catalogano libri che vengono poi portati nella piazza del paese, dando vita a una biblioteca comunitaria uno spazio di libera circolazione del sapere; il laboratorio di riciclaggio, che sensibilizza sull’importanza della cura dell’ambiente; l’orto e il giardinaggio, dove il contatto con la terra insegna ad avere attenzione per le piccole cose. Tutte queste attività mirano a favorire l’autonomia personale ed economica, creando ponti e spazi di incontro con la comunità locale.
Con il tempo, osservando ed ascoltando, ho compreso che la Fundación Ipna è, a tutti gli effetti, un luogo di resistenza. Con impegno e dedizione si schiera ogni giorno nella difesa dei diritti delle persone con disabilità e, nonostante le difficoltà legate alla situazione politica, non smette di cercare nuove soluzioni per restare unita e continuare a esistere. Mi ha fatto capire che resistere è anche e soprattutto creare e costruire insieme. Da quando sono qui, imparo qualcosa di nuovo ogni giorno: la pazienza, una comunicazione che va oltre le parole, l’ascolto degli altri e di me stessa, il valore del tempo e persino della noia. Ho capito che anche una semplice presenza può fare la differenza e che un sorriso, una carezza o un abbraccio possono essere il dono più grande da offrire e ricevere. Questo lavoro mi ha mostrato la forza e la resilienza del popolo argentino che, anche controvento, continua a remare.
Sono arrivata in Argentina con due grandi valigie colme di domande, dubbi e curiosità, non ho ancora trovato le risposte che cercavo e, con il passare del tempo, mi accorgo che persino le domande continuano a trasformarsi. Forse non si tratta davvero di trovare risposte, ma di imparare a convivere con l’incertezza, ad abitarla senza paura. In questo luogo ho capito che partire non significa per forza fuggire, ma può diventare un atto di resistenza: scegliere di mettersi in ascolto, di rallentare, di prendersi cura. Tra gli alberi che circondano la casetta rossa, nei gesti quotidiani condivisi alla Fundación, ho scoperto che la casa non è solo un punto fermo sulla mappa, ma qualcosa che si costruisce nel tempo, nelle relazioni, nella possibilità di restare presenti anche quando tutto invita a scappare. È uno spazio fragile, e proprio per questo resistente. Forse casa è questo: un luogo che non smette di interrogarti, che non ti dà certezze ma ti insegna a stare. E oggi, da qui, so che partire è stato il mio modo di cominciare a restare davvero.