Al Amor
di Gabriele C. - Sede Gondwana Loja FEPP, SCU Ecuador 2025/2026
Arriviamo a Loja dopo un gelato a Catamayo e un’oretta di macchina sotto una pioggia scrosciante. Ceniamo, facciamo un giro in ufficio, dove le prime parole che mi vengono dette sono “Domani alle 04.30 si parte”. Non sarà un po’ tardi? (Penso io). è così che inizia una delle prime traversate verso Alamor. Vedere sorgere il sole tra le Ande fortunatamente, è un privilegio. Poco prima delle 09.00 arriviamo a Celica, andiamo ad una riunione di bilancio di un’Associazione (Mancomunidad Bosque Seco) con cui collabora il FEPP, mi chiedono di compilare un questionario sulla riunione stessa. Atilio si gira e mi fa’ “Non devi compilarlo per forza”. Finisce la riunione, inizia il rinfresco. Ad ogni atto lavorativo ne corrisponde uno culinario e rigenerativo. Atilio mi presenta a tutti, parlo almeno per dieci minuti con il presidente dell’associazione, sembra che io sia vagamente rilevante, ma né ho alcuna competenza, né ho capito molto della riunione. Saliamo in macchina, conosco una sorella e un fratello che, insieme agli altri otto, curano un “Bosque Comestible” vicino Pindal. Il giorno seguente facciamo qualche giro in alcune fincas per comprendere dove installare delle vasche d’acqua per le tilapie e al contempo per l’irrigazione. Nel pomeriggio torniamo verso Pindal per incontrare Miguelito (uno dei dieci fratelli conosciuti il giorno precedente), suo fratello Don Cristobal e suo figlio Johnathan (vero responsabile degli 80 ettari di “bosco commestibile”). Per “bosco commestibile” si intende una finca con le sembianze di un bosco: in dieci metri quadrati ci si possono trovare, tutte insieme, piante di cacao, caffè, banani, aranci e alberi enormi che si occupano della gestione dell’acqua sotto terra. La scoperta di questo sistema mi ha incantato. Scendiamo dall’auto e subito Miguelito ci accoglie con un sorriso, chiedo se posso fare delle foto e documentare e Atilio mi fa’ “Claro que si”, come per dire “E che ci stai a fare qui altrimenti?”. Subito ci incamminiamo verso una zona dove si farà una vasca d’acqua per l’irrigazione. Poi giriamo tutto il versante di destra delle pendici della montagna quasi fino a salire in cima e, quando mi vedono visibilmente stanco, Miguelito mi porge, dopo averla presa a macetate con precisione chirurgica, una canna da zucchero pronta da masticare e sputare (le fibre lignee non si mangiano, ma masticando si può bere il succo zuccherato e per questo rigenerante). Arriva la sera, scendiamo dove avevamo parcheggiato, io e Atilio facciamo per andarcene ma sarebbe impossibile e irrispettoso non accettare l’invito a cena. Oltre al cibo (riso, pollo, yucca e insalatina di cipolle) rimango estremamente sorpreso di scoprire una bevanda che in Italia non credo esista: il succo di cacao. Non una cioccolata con il latte, ma acqua e bacche di cacao colte direttamente dall’albero e tostate, è qualcosa di clamoroso.
Nei giorni seguenti esperienze del genere si susseguono in posti sempre diversi, ma ugualmente affascinanti e pittoreschi.
Seguire ed emulare Atilio è stata la miglior formula per poter riuscire, pian pianino, a leggere la cultura del territorio.
Questo primo giorno sul campo ha posto delle solide basi affinché si potesse sviluppare una curiosità sincera e infantile in me. Nel nostro mondo pieno di sovrastrutture e competizione non c’è spazio per la spontaneità ingenua, per l’essere comunità e aiutarsi l’un l’altro per un fine più o meno comune. Qui invece le persone vogliono spiegarti tutto, fanno delle mingas (giornate lavorative dove la comunità di appartenenza aiuta un suo componente in dei compiti che, altrimenti, sarebbero quasi impossibili da compiere singolarmente) e se li rispetti ti accolgono come loro eguali e compartecipanti alla propria esperienza di vita. Sicuramente non è esclusivamente rose e fiori, non è solamente una strada in discesa, ma l’aria che si respira è accogliente e ti tende la mano, a patto che tu sia pronto o pronta ad afferrarla con forza, decisione e impegno.