Dando i numeri in Ecuador
di Vittoria D. - Sede Gondwana Quito JRS, SCU Ecuador 2025/2026
Sono arrivata a Quito il sette luglio e dopo esattamente sei giorni sarebbe stato il mio compleanno. Ventisei anni da festeggiare con le cinque sconosciute con cui vivo in un paese distante 10.000 km dal luogo che chiamo casa.
Tanti numeri che mi hanno fatto pensare ma soprattutto quel ventisei, il mio ventiseimo anno carico di aspettative, intenzioni, curiosità e voglia di ricominciare con un nuovo percorso.
Ma prendiamo un numero alla volta:
Sette sono le ore che passo settimanalmente nella metropolitana e nei bus di Quito per raggiungere la casa di accoglienza per persone migranti in cui svolgo il servizio. Tempo che mi fa rendere conto di dove sono e delle immense differenze che attraversano una metropoli così grande, anzi lunga. La metropolitana, al suo secondo anno di vita, è l’orgoglio della città: sicura, pulita, veloce, efficiente e silenziosa. La ferrovia sotterranea è gentile, ad ogni fermata ringrazia i passeggeri di star contribuendo a quella che viene chiamata “cultura metro” e augura a tutte le persone un buon viaggio; un dettaglio all’apparenza un po’ insignificante e che all’inizio delle mie corse mattutine trovavo buffo mentre adesso che per me è la normalità storco un po’ il naso a sentire solo il nostro triste e freddo: “prossima fermata….”.
Quito è una città in continua espansione e purtroppo la sua costante estensione geografica
non va allo stesso passo di quella dei servizi. Per arrivare alla mia destinazione finale quotidiana la metropolitana non c’è, gli ospedali sono lontani e le scuole sovraffollate. L’unico mezzo è il bus le cui corse si fermano ogni giorno alle 20.00 limitando così la libertà di movimento di tantissimi abitanti del quartiere. In contrapposizione ai treni calmi della metropolitana, il bus è caotico, rumoroso e a un primo sguardo anche pericoloso con le sue salite velocissime sui tornanti cittadini.
Sei siamo noi, le operatrici del servizio civile che viviamo insieme nella grande e confortevole casa nel nord della città. La nostra convivenza non potrebbe che rendermi grata e accolta ogni giorno. Mi stupisce sempre come sei personalità così distinte possano incastrarsi così bene creando un equilibrio stabile che mi permetta di poter chiamare casa anche questo luogo. Quello di cui sono più felice è che nonostante la frenesia di Quito, gli impegni quotidiani di ognuna e lo stress del lavoro riusciamo a creare una piccola oasi di pace tutti i giorni sul nostro divano dove, godendo della magnifica vista del Cotapaxi, troviamo un momento per la condivisione.
Cinque sono ormai i mesi che ho passato in Ecuador. A volte ho la percezione che il tempo si sia quasi fermato da quel famoso sette luglio e non mi capacito del fatto che siano passate così tante settimane. Sicuramente influisce in questa grande confusione temporale il clima del paese. Le stagioni non esistono o meglio come piace dire qua passano tutte e quattro in una giornata; è effettivamente vero ma non vedere le foglie che cadono dagli alberi in ottobre e il fumo che esce dalla bocca per il freddo a dicembre mi lascia l’illusione che il tempo si sia congelato. Un altro fattore che condiziona questa sensazione è che tuttavia mi sento una turista in questo paese, cinque mesi sono tanti ma non abbastanza per comprendere a pieno le dinamiche, le tradizioni e la cultura di un luogo.
10.000 sono invece i pensieri che mi sono passati per la testa da quando ho messo piede a Quito. Vivere il servizio civile vuol dire anche riflettere, mettersi in discussione e farsi tante domande. Ho 10.000 domande su Quito, il privilegio, la cooperazione, l’Ecuador, me stessa, la migrazione, i diritti umani e sono ancora alla ricerca di alcune risposte.
I miei numeri per oggi sono finiti ma ne vorrei dare degli altri per augurare a tutte le volontarie e volontari del servizio civile di fare esperienza di: sei mesi di allegria, riflessione e scoperta, un 2026 più consapevole e pieno, altrettanti 10.000 pensieri e almeno 15 piatti di tigrillo che fa sempre piacere.