Un nuovo mondo

di Sara M. - Sede Gondwana Mbeya, SCU Tanzania 2025/2026

Nel dicembre 2024 decido di iscrivermi al servizio civile universale, anche se la mia prima scelta non è stata la Tanzania, sognavo di fare un viaggio in Africa da quando avevo più o meno 18 anni. Perché? Non so darne una vera spiegazione ma qualcosa del grande continente mi ha sempre attratta, forse perché tutti parlano del cosiddetto mal d’Africa e di quanto l’Africa ti cambia la vita, forse perché mi è sempre piaciuta la sua musica, i suoi colori o forse perché tutti ne parlano come la culla di tutta la nostra civiltà, la mama Africa, ma forse anche perché noi europei siamo sempre vissuti vedendo delle persone nere attorno a noi senza mai però sapere da dove provenissero e questo gli dava un’aura di mistero tutto da scoprire.

L’arrivo in Tanzania per me è stato un momento significativo. Mi è sembrato di aver varcato la soglia di un nuovo mondo, un mondo così diverso dal nostro anche se inspiegabilmente appartenente allo stesso pianeta. Tutto nel giro di poche ore si è trasformato. Molte delle cose che abbiamo imparato e vissuto nel mondo occidentale qua non esistono, non ci sono regole alla guida, ci sono poche strade asfaltate e quelle che ci sono sono piene di buchi, ci sono tantissime persone fuori casa, bambini piccolissimi camminano da soli, mucche pecore e galline scorrazzano libere, ci sono relitti di edifici cadenti e carcasse di furgoni abbandonati, si accendono fuochi dappertutto, la terra brucia e l’aria odora spesso di fumo. Il primo impatto con questa nuova terra mi ha dato un sacco di energia e felicità: non ho mai visto una strada così piena di vita. 

Molte cose di questo nuovo mondo mi hanno stupita fin dal primo momento, e mi hanno lanciata verso una curiosità ed una voglia di parlare con ogni singola persona che incrociavo e di imparare tutto quello che mi avevano da insegnare. All’inizio della nostra esperienza abbiamo avuto la fortuna di conoscere un orfanotrofio situato nel piccolo paesino di Ilembula. I bambini di quell’orfanotrofio mi sono piaciuti subito. Mi sembrava di vedere in quei piccoli corpicini delle personalità già grandi e adulte, a volte anche più adulte di me. Un bambino in Tanzania a 10 anni è già in grado di lavarsi i vestiti, lavare i piatti, far pascolare le pecore, dare da bere all’orto e occuparsi dei più piccoli e in più fare dei lavori alquanto pericolosi che in Italia anche un ragazzo di 20 anni esiterebbe a fare. Vederli lavorare tutti insieme, occuparsi l’uno dell’altro, senza distinzioni, senza lamentarsi, senza aver paura di sporcarsi, mi sorprendeva e mi attirava molto, come se, varcata la soglia di quel cancello mezzo dipinto di azzurro si entrasse in una piccola dimensione di comunità gestita da piccoli esserini urlanti.
C’era una forza e una durezza nei loro atteggiamenti, segno di uno stile di vita che non lascia spazio a dubbi e debolezze, in cui ti devi fare valere in mezzo ad una miriade di altre personalità che cercano come te di ottenere un pochino di qualcosa.
Era bello entrare in quel posto ed aiutarli nelle loro piccole faccende quotidiane, mi riempiva di gioia e di un sentimento di appagamento sapendo che io, essendo semplicemente me stessa potevo dargli quella piccola cosa che ogni bambino desidera, cioè l’affetto e il calore di una persona. 

Un’altro aspetto che mi è subito piaciuto è il senso di comunità che si sente nelle strade di Mbeya, dato dal fatto che tutte le persone si chiamano tutte fratello e sorella e che molte delle attività umane si svolgono all’aperto: i lavori, gli incontri tra gli amici, la vendita di frutta e verdura, i giochi dei bambini etc…Tutto questo crea un senso di comunità che ti fa uscire di casa con una sensazione che anche se capitasse un inconveniente o se per caso perdessi la strada ci sarà sicuramente qualcuno che si fermerà ad aiutarti.

Anche nei centri dove lavoriamo si sente questo senso di comunità, i ragazzi con disabilità, che seppur ognuno con diverse abilità e capacità condividono gli stessi spazi e fanno molte cose assieme. Anche se la disabilità è un aspetto poco considerato dallo stato e le persone non sembrano percepire molti aiuti, tutti sembrano molto abituati e tranquilli nell’interagire con le persone meno abili, a volte si è così abituati a viverci insieme che non si sente la differenza tra una persona abile e una persona meno abile. Come nella scuola di Iyunga dove molte persone udenti hanno imparato la lingua dei ragazzi sordi per riuscire meglio ad interagire con loro. O anche nel centro di Shewa dove i ragazzi di strada non sembrano mostrare distinzioni nel gioco con i ragazzi del centro.

Ora al rientro intermedio a soli tre mesi dall’inizio di questa esperienza, ho sicuramente provato quel mal d’Africa di cui tutti parlano. Sicuramente quello che ci manca a tutti noi quando torniamo in Italia è un po ‘di semplicità, in Africa le persone conducono una vita molto più semplice, fatta di lavoro duro e sacrifici ma molto più genuina e legata alle cose vere della vita.