Bolivia come ‘garofano dell’aria’

di Irene M. - Sede Gondwana La Paz IPDRS, SCU Bolivia2025/2026

Ora che è il momento di scrivere sull’esperienza che sto vivendo, mi rendo conto che vedo la Bolivia e ciò che ho imparato grazie a questa opportunità di servizio civile un po’ come una Tillandsia: una pianta della famiglia delle Bromeliaceae, conosciuta come ‘clavel de aire’ (garofano dell’aria) o ‘figlia del vento’.

È una pianta originaria di questi territori del Sud America che mi ha incantata fin dal primo sguardo. È conosciuta per il suo stile di vita essenziale e per la sua straordinaria capacità di adattamento: non ha bisogno di terra, ma solo di un supporto a cui ancorarsi e dell’aria, da cui assorbe acqua e nutrienti. Apparentemente fragile e quasi immobile, eppure ha colonizzato gran parte della Bolivia con diverse specie che si sono adattate a climi molto diversi tra loro: dalle vallate secche delle Ande al freddo dell’Altiplano, dal caldo umido delle foreste amazzoniche al secco torrido del Chaco.

In modo simile, anche gli abitanti della Bolivia si sono adattati alle condizioni spesso estreme di questo incredibile paese. Ho avuto spesso la sensazione che il modo di sentire, di vivere e di relazionarsi delle persone rispecchiasse profondamente l’ambiente che le circonda.

Le tillandsie non affondano radici nel suolo, eppure appartengono profondamente al territorio: non prendono, ma ricevono ciò che l’aria concede. La cosmovisione andina mi ha insegnato che tutto ha una storia da raccontare: la montagna che vedi al risveglio e che ti accompagna lungo la strada, il lago o il fiume da cui peschi il cibo, la terra su cui cammini, l’albero le cui foglie ti proteggono da un sole potentissimo, capace di dare la vita ma anche di toglierla. Per questo mi hanno insegnato a dire grazie ogni mattina, a chiedere permesso quando attraverso un territorio che non mi appartiene, perché possa passare senza che mi succeda nulla di male, mostrando rispetto per luoghi che sono sempre sacri, anche quando sembrano solo polvere, roccia o silenzio.

Come le fioriture esplosive e inattese delle tillandsie nel mezzo della siccità, anche questo luogo in cui mi sono ritrovata a vivere un pezzettino della mia vita mi ha sorpreso per i suoi colori accesi infilati in ogni mercato, celebrazione, scalinata e pure nei vestiti, nelle gonne e aguayos delle cholitas. 

Allo stesso tempo, però, è un paese di profonde contraddizioni. Popoli indigeni, culture e tradizioni radicate convivono con una modernità arrivata forse troppo in fretta e spesso senza gli strumenti per essere davvero compresa o gestita. Qui il tempo sembra muoversi su più piani: a volte corre, a volte si ferma, a volte sembra tornare indietro di cent’anni, come quando si incontrano i cercatori d’oro nei fiumi o si ascoltano le storie dei mineros. Proprio come una tillandsia, che cresce così lentamente da sembrare immutabile per decenni, ma che in realtà cambia e si adatta continuamente a tutto ciò che le accade attorno.

 

L’inserimento nel contesto lavorativo e di servizio vero e proprio è stato per me un vero esercizio di resilienza. In ambito vegetale, la resilienza è la capacità di una pianta di assorbire uno shock ambientale e di attivare strategie per adattarsi a una nuova condizione di vita. Allo stesso modo, il lavoro si è rivelato sfidante e ha richiesto flessibilità e capacità di adattamento per comprendere, poco alla volta, l’atmosfera dell’ufficio e le sue dinamiche, cercando di trovare uno spazio in cui poter offrire il mio contributo, pur nella consapevolezza che le difficoltà accompagneranno l’intero percorso.

All’inizio io e il mio compagno Gigi ci siamo sentiti quasi messi alla prova, come se stessero  testando le nostre capacità, potenzialità e attitudini lavorative. Non nascondo che spesso mi è capitato di sentirmi inadatta ai compiti assegnati o priva di strumenti per affrontare davvero la tarea affidata. Le spiegazioni quasi sempre sono rare e brevi, ma col tempo ho imparato a orientarmi da sola e a lavorare con le informazioni di cui disponevo. 

Nonostante questo, ho trovato l’IPDRS un ambiente altamente stimolante: un luogo che mette alla prova, ma che allo stesso tempo offre la possibilità di entrare in contatto diretto con la realtà del territorio, con le sue difficoltà e le sue opportunità. Ascoltare le persone che vivono e lavorano in questi contesti, così diversi da quelli a cui ero abituata, ha ampliato profondamente il mio sguardo, insegnandomi a osservare con maggiore attenzione e a riconoscere il valore dell’adattamento come forma di crescita. 

“ La Bolivia è come una ‘garofano dell’aria: vive senza radici apparenti, sospesa tra cielo e terra, nutrita dall’aria e dalla sacralità dei suoi luoghi. Sembra immobile, quasi morta, ma resiste, si adatta. Sembra arida, ma fiorisce in un esplosione di colori. E per restare viva chiede rispetto, ascolto e verità. “