Tra le Ande, lontano da casa ma nel posto giusto

di Cosmery C. - Sede Gondwana Ibarra FEPP, SCU Ecuador 2025/2026

Sto svolgendo il mio servizio civile in Ecuador, a Ibarra, nella sierra nord, tra le Ande. La scelta di partire è nata da una spinta molto personale: la curiosità di conoscere una parte di mondo diversa da quella in cui sono cresciuta, una cultura lontana dalle mie abitudini e dal mio modo di vivere. Questo progetto in particolare mi aveva colpita subito, per il Paese, la città, il clima e per l’organizzazione con cui avrei lavorato. Tutto mi sembrava coerente con quello che stavo cercando, senza però costruirmi aspettative troppo precise.

Arrivata qui, ho capito presto che la cosa più importante era lasciarmi trasportare dal contesto. Le uniche vere preoccupazioni iniziali riguardavano la sicurezza e la convivenza: condividere la casa con persone che non conoscevo e immaginare di farlo per un anno non era semplice. Col tempo, però, quelle paure si sono trasformate in qualcosa di molto diverso.

Le giornate seguono un ritmo abbastanza regolare: la mattina in ufficio, una pausa a metà giornata e poi di nuovo al lavoro nel pomeriggio. Ci sono giorni in cui, insieme alla mia collega, usciamo sul campo per raccogliere materiale. Il nostro lavoro è vario e creativo: realizziamo foto, video, interviste, montiamo contenuti informativi e gestiamo la pagina social. È un’attività dinamica, che richiede attenzione ma che regala anche molte soddisfazioni.

Uno dei momenti che sento più miei, però, arriva sempre alla fine della giornata. Tornare a casa, soprattutto il lunedì, stanchi ma insieme, e ritrovarci sul divano ognuno con i propri tempi e le proprie abitudini è diventato un piccolo rituale. Con gli altri volontari si è creata una relazione molto forte, quasi familiare. Viviamo insieme, mangiamo spesso insieme, condividiamo il tempo libero e le attività quotidiane. È una sintonia che si è costruita in modo naturale e che rende questa esperienza ancora più significativa.

All’inizio non è stato tutto immediato. C’è stato un momento di confronto con me stessa, una sorta di prova di coraggio nel trovarmi dall’altra parte del mondo e nel dover imparare a muovermi in un contesto nuovo. A questo si sono aggiunti momenti di stupore, soprattutto davanti alla natura: paesaggi incredibili che lasciano senza parole. Col tempo è arrivata anche la soddisfazione, soprattutto quando il nostro lavoro viene riconosciuto. Sapere che un video funziona, che il responsabile è contento del risultato, dà un senso concreto a quello che facciamo e rende tutto più gratificante.

Le difficoltà ci sono state, soprattutto all’inizio, ma erano legate più all’orientamento che a vere e proprie prove. Capire come muovermi, cosa fare e come farlo è stato un processo graduale, del tutto naturale. Proprio questo percorso mi ha permesso di crescere, soprattutto a livello personale.

Oggi mi sento più sicura di me. Prima ero più chiusa nei rapporti con gli altri, ora mi sento più aperta, forse perché sono felice di quello che sto facendo e ho più voglia di raccontarmi. Anche il modo di relazionarmi con le persone è cambiato. Questa esperienza, inoltre, ha rafforzato alcune convinzioni che avevo già: qui il senso di comunità è ancora molto forte e le persone sono profondamente legate a valori condivisi, in contrasto con una certa superficialità che spesso caratterizza il mondo occidentale. Spero che questa realtà riesca a mantenere la propria identità senza perdere ciò che la rende così autentica.

Oggi il servizio civile rappresenta per me tante cose insieme: casa, lavoro, una nuova famiglia, una nuova cultura, persone gentili e ricche di valori, tradizioni da cui imparare e una natura travolgente. È un’esperienza che andrebbe presa seriamente in considerazione, perché ha davvero il potere di cambiare lo sguardo sulle cose.