Sguardi sull'Ecuador

di Barbara G. - Sede Gondwana Quito JRS, SCU Ecuador 2025/2026

Vivo in Ecuador da sei mesi, a Quito, la capitale. Una città che non prova a piacerti: ti mette  davanti le sue contraddizioni e aspetta di vedere come reagisci. È un luogo di vita intensa, di  incontri continui e di scontri silenziosi, dove le disuguaglianze non sono un concetto astratto  ma una presenza quotidiana. Allo stesso tempo, è uno spazio in cui la solidarietà esiste davvero, spesso spontanea, spesso necessaria per sopravvivere. 

Conoscere un paese come l’Ecuador in così poco tempo è quasi impossibile. Non tanto per la  barriera linguistica o per il semplice adattamento, quanto per la sua enorme complessità  culturale e paesaggistica. In poche ore puoi passare dalle Ande alle spiagge dell’Oceano  Pacifico, fino alla foresta amazzonica, uno dei luoghi con la biodiversità più ricca del pianeta.  Ogni regione è un mondo a sé, con ritmi, bisogni e visioni diverse. 

La natura, in questa parte di mondo, è stata una delle prime cose a colpirmi. Non come  sfondo, ma come presenza viva, concreta, a volte ingombrante. Qui la natura non è  addomesticata, non è qualcosa da gestire o controllare: è qualcosa con cui convivere.  Paradossalmente, nonostante la Costituzione dell’Ecuador riconosca alla natura veri e propri  diritti, il suo potere decisionale resta limitato. Quando può, però, è lei a scegliere. Il clima  cambia di continuo, il cielo si trasforma in pochi minuti, e una passeggiata in montagna può  diventare impegnativa se non si sanno leggere i segnali della Pachamama. Non c’è spazio per  l’arroganza: o impari ad ascoltare, o torni indietro. 

Quello che più mi ha legata a questa terra è stata la contemplazione. Non intesa come fuga,  ma come parte integrante della vita quotidiana. La relazione con la terra, con le energie che la  attraversano, è qualcosa di concreto, non folkloristico. Questo mi ha costretta a interrogarmi  profondamente sulla cultura europea e occidentale da cui provengo, così radicata nel  pragmatismo, nella produttività, nel senso delle azioni misurato solo in termini di risultato.  Qui ho osservato un altro modo di stare al mondo, distante dal mio, a volte scomodo, ma  autentico. Non idealizzato, non romantico, semplicemente diverso. E proprio per questo  capace di mettere in discussione certezze che davo per scontate. 

Questo periodo è stato anche un esercizio di consapevolezza sul privilegio. Quel privilegio  che ci portiamo addosso ovunque andiamo e che spesso non riconosciamo. È facile non  vedere le necessità di altri mondi quando si viene da contesti protetti, da case calde, da  sistemi che – con tutti i loro limiti – funzionano. È difficile immedesimarsi davvero quando  non si è mai stati costretti a farlo. 

Mi ha colpito constatare come le lotte e le preoccupazioni che consideravo centrali nel mio  paese di origine, qui semplicemente non esistano. O meglio: non hanno lo stesso peso. I  problemi sono altri, le priorità cambiano, le attenzioni istituzionali seguono logiche diverse.  Le necessità dipendono da ciò che si ha, o da ciò che manca. Questo scarto continuo tra 

mondi mi ha insegnato più di quanto avrei immaginato: a ridimensionare, a osservare senza  giudicare, a riconoscere che non esiste un solo centro da cui guardare il mondo. 

L’Ecuador non mi ha offerto risposte facili. Mi ha lasciato domande aperte, spesso scomode.  Ed è forse proprio questo il valore più grande di questi mesi: imparare a restare dentro la  complessità, senza cercare subito una sintesi rassicurante.