Racconto di un personaggio immaginario, del suo curriculum perfetto, del suo nuovo tatuaggio discutibile, e del suo anno nella Terra dei Maschas
di Patrik P. - Sede Gondwana Latacunga, SCU Ecuador 2025/2026
Diplomato al Liceo delle Scienze Umane “Dante Alighieri”: cento tondi, con tesina sui sistemi di sfruttamento minerario a Potosì. Interessante il collegamento tra la Elon Musk, il lavoro minorile ed il costrutto sul concetto di “futuro”. Triennale a Bologna in “Antropologia, religioni e civiltà orientali”. Erasmus a Madrid per sei mesi: pieno impegno, massimi voti. Tesi con caso studio sulle migrazioni urbane nella città di Prato, la capacità di adattamento delle seconde generazioni cinesi: “Città come rappresentazione itinerante del sentimento umano”. Notevole. Centodieci e lode. Periodo di volontariato in Slovenia: quanti mesi? Quasi un anno nei sistemi agroforestali alpini: nel frattempo ha scritto un articolo sullo svuotamento delle campagne e sulle comunità resilienti. Una magistrale alla Statale di Milano – interateneo con Praga e Varsavia – nel programma “Migration Studies and New Societies”. Internship alla Charles University: sei mesi. Nel frattempo, ha imparato un discreto ceco: B1. Tesi sulla percezione dell’UE nelle popolazioni del Parco Naturale Bucegi “Istituzioni liquide, transumanza e l’idea di un UE in movimento”. Centodieci. In tre mesi di lavoro su campo ha anche provato a produrre il Brânză de burduf, un formaggio tradizionale degli altipiani rumeni. Master a Utrecht in “International Development Studies”: recuperata la lode grazie ad un tirocinio di dodici settimane a Rosengård, a sud-est di Malmo. Studio sui micro-traffici locali di sostanze stupefacenti: “Rosengård: il complesso intreccio tra criminalità e fede”.
Ma non solo: inglese, francese, italiano, spagnolo e poco russo. Notevoli doti di problem solving, ottima attitudine nel lavoro di gruppo, creatività incriticabile. Capacità relazionali, di adattamento e di controllo sopra la media. Organizzazione del lavoro maniacale. Pacchetto Office con patentino ECDL. QGis, ArcGis, AutoCAD, Canva Pro, vegano, volontario della Croce Rossa Italiana, socio ARCI, a tempo perso non si spreca per un aiuto al canile comunale. Saltuariamente impegnato anche in eventi nazionali di pulizia spiagge. Film preferito: “Le follie dell’Imperatore”. Sportivo: trekking, climbing, jogging, skating, kick-boxing. Yoga, meditazione e lettura della mano. Barca a vela, snowboard, sci di fondo, scalata alpina. Attivista, attivo, attivante, attento. Ma anche attraente, attribuibile, attuale, atteso, attuabile, attuato, attaccante mancino, attestato. Assurdo.
Ha un curriculum perfetto. Preparato.
Giunse a Quito intorno alle 16:15 del 6 luglio, all’aeroporto Mariscal Sucre. Era pallido in volto, le labbra bianche. Chiesi lui se avesse bisogno di un po’ d’acqua, disse orgogliosamente “no, grazie”. Camminava lentamente con uno zainone di venti chili sulle spalle, trascinandosi le gambe ad ogni passo. Una scarpa era slacciata, ma non gli feci notare nulla. La sera il gruppo decise di farsi una birretta giusto in fondo alla via: lui decise di non venire, dicendo che quel locale pareva sin troppo “posh”. Scoprii solo dopo qualche mese che in realtà quella sera rimase a letto, con la febbre, i cerchi in testa. Il “soroche”. Il fiato corto: la stanza al terzo piano. Al ristorante dissero lui che vi erano opzioni vegane: gli portarono una frittata di verdure fritta nello strutto. Il secondo giorno, quando disse di non mangiare carne, né alcun tipo di derivato di animali, gli chiesero che malattia avesse, e se il pollo andasse bene. Penso ci rimase piuttosto male. I successivi due giorni li passò in bagno: per lavarsi i denti utilizzò l’acqua del lavandino, così da “non sprecare plastica inutile”: imparò la lezione. Chiedevo lui cosa avesse bisogno: rispondeva costantemente “nulla, grazie”, senza cambiare intonazione, né mezza virgola.
Il primo giorno in ufficio facemmo un giro di presentazioni. Prima toccò al coordinatore della regionale: si presentò in modo semplice. Un nome, un cognome, e un mezzo titolo. Così si presentò anche il tecnico sociale. L’agronomo. E anche tutti gli altri seguirono lo stesso modello. Io compreso. Quando toccò a lui, attaccò con un monologo di circa una ventina di minuti. Elencava per bene tutte le sue esperienze pregresse, i suoi studi precedenti. Gli ecuatoriani ascoltavano attenti, senza sbattere ciglio. A tratti annuivano, comprendendo perfettamente il suo C2 spagnolo. Anche io, lo ammetto, ero piuttosto invidioso di certi racconti: anche a me sarebbe piaciuto produrre formaggio in Romania. Mi sentii anche un po’ a disagio affianco a lui: avrei voluto fare una bella figura, con la mia laurea in studi umanistici.
Quando il monologò finì, rimase solo il sottile rumore di Veronica che sfogliava la sua agenda, pazientemente e ordinatamente pasticciata. Il coordinatore, coraggiosamente, decise di mostrare il suo interesse per questo curriculum perfetto:
– Molto interessante. Noi stavamo pensando di lavorare più sui social network. Tu sai usare Facebook e TikTok? Vorremmo postare qualche foto.
Credo ci rimase, nuovamente, piuttosto male. Rispose gentilmente, dicendo che nel 2023 aveva aperto una pagina Instagram per motivare la produzione artigianale tessile locale dell’Appennino tosco-emiliano, nelle zone di Bedonia e Borgo Val di Taro. In pochi mesi era riuscito a raggiungere 3856 followers. Ora sotto il periodo natalizio arrivavano ordini da tutta la Penisola, e negli ultimi mesi si erano raggiunti anche due ordini dal Canton Ticino, in Svizzera. Ancora una volta, l’interesse di un collega ecuatoriano:
– In Svizzera che moneta hanno? Le sterline? Fa freddo lì, vero? Io ho una cugina in Svizzera, magari la conosci. Si chiama Maria…
La prima volta in cui ci portarono in campo provò ad interagire sin da subito con le popolazioni locali. Si caricava sacchi di terra sulle spalle e dava una mano a trasportarli nella serra. Erano piuttosto pesanti: le signore con le chalinas in lana ne portavano due alla volta, e ridevano mentre vedevano lui, alto un metro e ottantadue, pulirsi le mani ad ogni passaggio. Poi chiedeva varie cose alle donne: queste però non rispondevano, se non con risposte brevi. Un sì, o un no. A tratti, anche, pareva parlassero a bassa voce, bisbigliando, quasi non volessero farsi ascoltare e capire. Solo un signore, scuro e duro di pelle, gli chiese cosa fosse il tatuaggio sul suo avambraccio: gli spiegò che riprendeva il concetto dello Zahir di Borges, ovvero la perpetua ricerca dell’ossessione – il tempo che si ripete infinitamente. Il signore mostrò a sua volta un suo tatuaggio sulla parte superiore della mano: un cuore un po’ stortino, sbiadito, con l’angolo inferiore aperto. Sorrideva mentre lo mostrava: aveva solamente due denti e pronunciava male la “S”.
Ricordo anche la seconda volta in cui ci portarono in campo. Mi chiesero di accompagnarli e di supportare il mio collega nel tracciare una mappa del sistema di acqua potabile: dal centro abitato sino alla sorgente. Camminammo parecchio quel giorno. Mentre risalivamo la costa della comunità di Padrehuasi, lui notava sacchetti di plastica e altra sporcizia lungo la via: li raccoglieva uno ad uno, infilandoli dove rimaneva spazio – in tasca, nello zaino, nel cappuccio. Fece una gran bella pulizia, spiegando alla popolazione che certi rifiuti inquinavano, e che le loro tempistiche di decomposizione erano lunghissime, addirittura migliaia di anni per un solo tappo di plastica. Gli indigeni ascoltavano e camminando, notando qualche rimasuglio di qualche bottiglia di Coca Cola, la raccoglievano, porgendola al ragazzo, che per loro era un collezionista di rifiuti, di robe inutili, di plastica. Al ritorno dalla camminata, intorno alle 15:00, e con una gran fame, ci portarono nella casa comunale: unirono tre tavoli, li coprirono con dei sacchi neri, e iniziarono a caricarci sopra fave e piselli bolliti, patate e riso, popcorn e mais tostato. Ci offrirono una zuppa dolce di zucca in un bicchiere di plastica. Per ringraziarci ci portarono anche un porcellino d’India arrostito. Lui rifiutò, nello stupore di chiunque fosse presente. Un sorriso acido. Avevamo finito la giornata di lavoro, e cercò un luogo in cui poter gettar tutta la plastica recuperata lungo il cammino: gli indicarono un bidone in latta. Con un po’ di benzina smaltirono così, bruciando tutto. Guardava immobile la scena: surreale. Sbagliata.
Ricordo il ritorno a Latacunga – la Terra dei Mashcas – con i pasillos che solcavano il páramo. Le stelle e lui, in silenzio.
Scorrevano le settimane, e non mi porgeva mai per primo la parola. Non era timido, era solitario, distaccato, insolito. Lo invitavo a bere all’Abuelo con me e Alejandro, ma diceva di essere stanco e che la birra lo gonfiava. Allora provavo a proporgli un’infusione di Hierba Luisa seduti al tavolo in cucina, una passeggiata al Quilotoa, una corsetta alla Laguna. Nulla. Solo una volta, ricordo, mi raccontò di quando si perse in centro a Bologna, di notte: gli dissi che anche una canzone di Dalla parlava di un aneddoto simile:
– Si lo so.
In ufficio, al massimo, chiedevano lui di preparare un post per presentare il prossimo taller e incontro: due foto, massimo sei-otto righe. Preparava il post, e ci metteva così tanto impegno. Poi, inviava il tutto al coordinatore, e da quell’ufficio ne usciva qualcosa di dirottato, modificato totalmente, senza punteggiatura e senza alcun senso logico. Ed ogni volta la risposta era sempre la solita:
– Ottimo lavoro, grazie!
Poi un giorno andammo assieme alla Fiesta de la Mama Negra. La città esplose di colori ed era irriconoscibile. Per le strade del centro sfilavano migliaia di persone, centinaia di bande e personaggi curiosi, colorati, alcuni anche piuttosto inquietanti. Era impossibile non farsi coinvolgere da quell’esuberanza, ed è così che un gruppo di giovani ci offrirono da bere. Mescolammo birra a canelazo, whiskey a trago, e per la prima volta dopo mesi, mi guardò, con gli occhi spalancati, e gridò a due centimetri dal mio orecchio:
– Io amo l’Ecuador!
Poi lo vidi ballare con una ragazza. Lei un senso del ritmo impeccabile, movimenti perfetti, una coordinazione latina. Lui un tronco di faggio lasciato al Sole: provava a cantare “Cariñito”, ma il suo spagnolo era decisamente ubriaco. In ogni caso, mi parve che per la prima volta capisse che nessuno stesse ridendo di lui. Il giorno dopo fece stranamente colazione in cucina e mi disse:
– Sai, voi in Europa siete sicuramente il cervello del mondo. Ma il cuore, il cuore lo abbiamo qui, in sud America.
Quel giorno non mi parlò di contaminazione da idrocarburi delle acque potabili, né di “levantamientos indigenas” degli anni Novanta: ricordo che era sabato, e mi chiese di andare a prendersi un batido di guanabana al mercato. E tra le comunità non parlava più di cosmologie e di sociologie, non chiedeva più del significato della medicina ancestrale, piuttosto chiedeva dove trovare “papas super-chola” per fare un “locrito”. E comprava anche formaggio per guarnire i suoi piatti.
Non capivo questo suo cambiamento. Era partito piuttosto bene, con mille idee, parecchi progetti. Buona volontà, impegno inscalfibile. Una perfetta organizzazione. E proprio non lo riconoscevo mentre mi chiedeva di andare al Frik a ballare reggaeton al venerdì sera. Però mi piaceva questa sua nuova versione. Attratto dalla semplicità. Ora scriveva i post per Facebook direttamente senza punteggiatura, tanto la risposta era sempre quella:
– Ottimo lavoro, grazie!
E non tornava più sulla scrivania con un volto grigio, ma tornava sorridente. E mi chiedeva di farci un birrino la sera, con alcuni amici “venecos”. Una volta rimanemmo solo io e lui, al bar, e con qualche Biela di troppo iniziò uno dei suoi monologhi:
– Sai, Patrick, ero preparatissimo per venire qui. Ma non mi sono chiesto se fossi pronto. E con il primo soroche ho capito che per venire sulle Ande bisogna chiedere il permesso. L’altro giorno ho chiesto ad un indigeno cosa significasse essere indigeno, e questo mi ha detto: – Ah, dimmelo tu. Siete voi che ci avete chiamato così -. E quando mi presentavo, mentre stringevo la mano, ho sempre avuto premura di dire cosa faccio per vivere. E ho sempre pensato che per vivere io faccia il sociologo, l’antropologo, il ricercatore, l’ingegnere. Poi mi è bastata la cumbia per cambiare idea. E sto pian piano capendo che per vivere faccio davvero nulla. E anzi, forse dovrei iniziar sul serio a far qualcosa per vivere. E guardavo il contadino vendere patate come un bisognoso. Uno sfortunato. Un “beneficiario”, come si direbbe nel mondo della cooperazione. Credo invece io stia scoprendo quanto io abbia bisogno di lui, e quanto sia io a beneficiare del suo sorriso con due denti. Ieri ho cancellato tutte le mappe dei sentieri del Quilotoa. Domani andiamo, e proviamo a perderci, che ne dici?
Me lo raccontava ordinando alette di pollo. Notai, che appena vicino al polso, la manica scopriva un nuovo tatuaggio: un cuoricino piuttosto bruttino.