Quito, la mia nuova casa
di Carlotta F. - Sede Gondwana Quito FEPP, SCU Ecuador 2025/2026
Eccomi qua, mi presento: mi chiamo Carlotta e ho compiuto 27 anni pochi mesi fa, nella Amazzonia ecuadoriana. Il mio servizio civile in Ecuador è un’esperienza che non riesco a raccontare per obiettivi o risultati, perché non si misura in traguardi raggiunti, ma piuttosto in giorni che scorrono.
Lavoro per il FEPP e mi occupo principalmente di stesura di progetti, e redazione di documenti istituzionali. Una piccola parte del mio servizio civile si è svolta anche sul campo: ho avuto la possibilità di partecipare ad attività di ricerca a Nueva Loja (Amazzonia), entrando in contatto diretto con territori, produttori/produttrici e realtà che fino a poco tempo fa conoscevo solo attraverso i miei studi.
Vivo a Quito, una città che ho scelto anche per una ragione molto concreta: volevo che questa esperienza fosse sostenibile nel lungo periodo. Non cercavo uno strappo totale, né un’idealizzazione della distanza, ma un contesto in cui potermi adattare senza snaturare completamente il mio modo di vivere. Quito, con le sue contraddizioni, i suoi ritmi e le sue possibilità, mi permette di trovare un equilibrio tra il lavoro, la vita quotidiana e alcune scelte che per me sono importanti, come seguire un’alimentazione vegana anche lontana da casa, dall’altra parte del mondo.
Vivere e lavorare qui significa per me fare i conti con chi sono dove nessuno mi conosce. Lontana dalle abitudini, e dalle persone che mi definiscono. In tutta onestà, sono sempre stata abituata a muovermi molto, a cambiare contesto e amic*. Ma questa volta è diverso: mi trovo in un luogo totalmente nuovo rispetto al panorama europeo a cui ero abituata, senza tornare a casa per mesi e mesi. Questo cambia il modo in cui vivo il tempo, la distanza, e anche me stessa.
Il servizio civile, infatti, mi sta insegnando molto: dalla lingua, al mettermi più in gioco, a essere più paziente e comprensiva, ad accettare che non tutto va come lo immagini o come lo desideri, a stare nei processi, senza forzarli. Una delle cose più difficili per me sono stati i tempi morti, quelli in cui apparentemente non “produci” nulla. All’inizio facevo fatica a stare in quei vuoti, avevo l’impressione di non essere abbastanza utile. Poi ho capito che fanno parte del lavoro tanto quanto il resto. Mi sta insegnando che il contributo non è sempre visibile, e che spesso consiste semplicemente nello “stare”.