Prepararsi. Partire. Arrivare… e poi lasciarsi attraversare

di Aurora Z. - Sede Gondwana Cedin, SCU Bolivia 2025/2026

Quando dovevo partire per il Servizio Civile avevo provato a informarmi il più possibile sul progetto, sul paese, sulla cultura, sui posti da vedere… ma non avevo idea di cosa mi avrebbe davvero aspettato, con quali persone avrei condiviso il lavoro e la quotidianità, né di come fosse davvero questa Bolivia, di cui mi sono accorta che, da questo lato del mondo, si sa molto poco.

Eppure questa terra brulla mi ha sorpresa in tre mesi con la sua magia, la sua immensità e la sua generosità. L’impatto con La Paz è stato subito intenso: già all’arrivo in aeroporto, quando su due taxi sgangherati hanno legato alla meglio le valigie sul tetto, ho percepito quell’odore persistente di benzina che, in pochissimo tempo, ho imparato a riconoscere come parte della città. Quando siamo arrivati al casello, la prima cosa che ho visto è stato un cartello di una giovane ragazza desaparecida, e mi è rimasto impresso a lungo, finché nei giorni seguenti non mi sono accorta che è una presenza tristemente comune.

Il contrasto tra questo primo impatto e l’incredibile costellazione di luci che la città diventa di notte mi ha profondamente emozionata. Nayma e Luis, i nostri referenti, sono stati accoglienti fin dal primo momento, e mi ha colpito la forza di Nayma: una donna che, con quattro figli e un altro lavoro, riesce a stare dietro a noi volontari con un’attenzione e una cura sorprendenti.

La città mi ha lasciata a bocca aperta. Non avevo mai visto nulla di simile: il profilo delle Ande ha una maestosità incredibile, con l’Illimani innevato che spicca tra le altre vette; montagne costruite fino all’impossibile, fino al precipizio; le cholitas che cercano di venderti qualsiasi cosa al mercato; i cani randagi che si muovono tra le bancarelle; e poi macchine e mini che ti riempiono le orecchie e i polmoni, ma che hanno una funzionalità tutta loro. Il choque culturale ed estetico mi ha meravigliata, ma la città mi ha fatta sentire accolta nella sua bellezza e nel suo caos: non mi ha spaventata, anche se ne intravedo il lato più burbero.

Quando sono partita sentivo il bisogno di una metamorfosi. Mi trovavo in un momento di cambiamento, con tutte le paure che questo comporta, e confrontandomi con gli altri volontari mi sono accorta che era una necessità condivisa. Perché il servizio è anche questo: una condi(visione) sorprendente con persone che non conosci e con cui, improvvisamente, ti ritrovi dall’altra parte del mondo. E se riesci ad accogliere le differenze di ognuno, in poco tempo inizi a sentirti a casa.

Il servizio è poi il lavoro quotidiano per realizzare un progetto che, dopo tanta ricerca, hai scelto e voluto. È un’occasione unica perché, nel ruolo di volontaria, puoi esplorare le tue capacità e i tuoi limiti senza un giudizio esterno costante.

Lo spazio del centro è tenuto con grande cura e l’orto di Pampahasi è uno spazio didattico incredibile, ricco di possibilità educative. Le nostre colleghe ci hanno lasciato libertà nella progettazione dei laboratori, restando sempre presenti come supporto e senza farci mai sentire sole.

Lavorare con i bambini, che piano piano impari a conoscere e a riconoscere nelle loro diversità e specificità, è la parte più bella e intensa. Ma significa anche confrontarsi con situazioni in cui mi sono sentita impotente, incapace di aiutare o intervenire. Quando lavori in determinati contesti vieni messa davanti ai tuoi limiti, e ci sono momenti in cui questa sensazione è demoralizzante o frustrante. Gestire le emozioni che situazioni di vulnerabilità portano con sé è una sfida, ma per fortuna mi sento sostenuta dall’équipe e dalle persone vicine. E il gioco vale la candela, perché l’amore che ricevi da questi bambini è così grande e incondizionato da ripagare la fatica.

Se riesci a vivere le sfide inevitabili che il servizio mette davanti come un’occasione di messa in discussione, di te stessa, della tua visione, e di incontro, allora inizi davvero a sentire quel cambiamento di cui avevamo bisogno quando abbiamo deciso di partire.

Arriva poi il momento in cui ti ritrovi a dover raccontare tutto quello che hai visto e vissuto, e ti accorgi di quanto sia difficile spiegare questo angolo di mondo, per noi così lontano e ora parte della quotidianità, a chi non l’ha mai vissuto. Forse è inutile cercare di spiegare tutto: puoi raccontare un aneddoto, descrivere una giornata tipo, ma resta sempre una parte indicibile. E forse è giusto così. Perché questa indicibilità fa parte dell’esperienza vissuta fino in fondo. E ancora una volta, per fortuna, ci sono le persone con cui sei partita, con cui condividere parole, silenzi e domande, e che vivono con te questa esperienza incredibile che è il servizio civile.