Poner el cuerpo: i miei primi 4 mesi in Argentina
di Antonio R. - Sede Gondwana Arte con Todos, SCU Argentina 2025/2026
Chi mi conosce sa che faccio un sacco di domande. Mi piace capire il perché di ogni piccolo gesto altrui, con la segreta speranza di imparare a stare al mondo come ci stanno gli altri. Quando sono arrivato in Argentina, forse pensavo ancora che il mondo potesse essere capito attraverso domande formulate eloquentemente, capaci di riflettere la complessità delle cose. Non avevo messo in conto che nel conurbano sud, la vita si muove in direzioni che resistono testardamente alle risposte semplici e le domande te le dimentichi nei primi dieci minuti dall’arrivo. Le strade sono mosaici di cemento, polvere e auto roventi, confusione e storie invisibili di comunità che resistono e nonostante tutto o forse in virtù di questo tutto così turbinoso, inarrestabile, violento, creano.
La mia esperienza al Dispa mi ha travolto in un esplosivo divorzio con la forma, a favore del contenuto che vince, dirompente, a prescindere da tutto. Dalla pioggia, dal caldo, dall’inflazione e dal pluri-empleo, dai ritardi. Mi ha insegnato che la cultura è tessitura di tutto ciò che trovi attorno, qualsiasi cosa sia disponibile. Ci sono giorni in cui il filo si aggroviglia, in cui le risorse mancano o i tempi sembrano impossibili. Eppure, passo dopo passo, i fili si tendono, si annodano e prendono forma: spettacoli, mostre, lezioni, risate, racconti di bambini e adulti che portano avanti storie auto-avveranti, manifeste, irriducibili.
Ho scoperto che la resistenza qui non è fatta solo di grandi gesti, ma di continuità quotidiana, ripetitiva, a suo modo folle e noiosa al contempo. Accogliere chi arriva stanco, ascoltare chi chiede aiuto, inventare, inventare, inventare. Ho visto come la creatività può diventare coraggio, e come la disciplina della cura reciproca e della responsabilità possa trasformarsi in un’energia invisibile ma concreta, che sostiene me e le altre volontarie senza che ce ne rendiamo conto ed è capace di dare forma a un quartiere, a un gruppo, a un’intera comunità.
Non sempre è facile. Le luci saltano, i mezzi di trasporto sono pieni, le giornate sembrano lunghe e pesanti. Ma ci sono momenti in cui tutto questo sembra illuminarsi: un bambino che racconta il suo disegno, una performance che raccoglie applausi e sorrisi, una conversazione che lascia spazio a nuove idee. È lì che capisco il senso di questa esperienza: imparare a intrecciare i fili, a portare avanti ciò che ha valore, anche quando sembra fragile o impossibile.
In questo contesto è nato anche il Ciclo de Conversaciones, come risposta a una sensazione condivisa: quella di aver perso, poco a poco, lo spazio per conversazioni inattese, lente, senza ruoli già assegnati. Dal Dispa abbiamo immaginato un luogo in cui le juventudes potessero incontrarsi semplicemente per pensare insieme, chiacchierare, scambiarsi domande più che risposte. Un esercizio di presenza e ascolto, dove poner el cuerpo significa sedersi in cerchio, esporsi, accettare di non sapere, lasciare che temi piccoli o enormi – quelli che ci confondono, ci attraversano, ci tengono svegli – emergano dal desiderio collettivo. Non un format calato dall’alto, ma uno spazio costruito insieme, a partire dalle curiosità e dalle necessità di chi lo abita.
Cinque mesi in Argentina mi hanno insegnato a fidarmi dei tempi lenti e delle piccole conquiste quotidiane. Ho imparato a leggere le vite intorno a me come canzoni da ricevere anche quando non capisci le parole e decidi di concentrarti sulla melodia e farti guidare dal ritmo. Quest’anno, il motto del Dispa – che cambia ogni anno – è 20 años tejiendo maravillas. Non so dove porteranno questi fili, né quanto diventerò bravo a tessere, ma so che la mia presenza qui, insieme a chi lavora ogni giorno per costruire qualcosa di concreto e bello, lascia tracce. In questo caos che attraverso mi riconosco sempre di più in quello che mi circonda, un filo dopo l’altro.