Il mio servizio civile: la dimensione comunitaria come spazio di cura

di Irene G. - Sede Gondwana Ibarra FCC, SCU Ecuador 2025/2026

Sono in servizio civile in Ecuador da quattro mesi, nella città di Ibarra, nel cuore delle Ande, all’interno di un progetto dedicato ai minori in situazioni di vulnerabilità. 

Lavoro con la Fondazione Cristo della Calle, che si occupa dell’accoglienza di bambini e adolescenti e del sostegno a famiglie in condizioni di disagio. Siamo in sei ad aver preso parte a questa esperienza e siamo impiegate in diversi servizi. In questa prima fase del progetto, io sono volontaria in una delle case famiglia della fondazione. 

Viviamo tutte insieme: noi sei civiliste e due ragazze dei Corpi Civili di Pace, anche loro impegnate nella stessa fondazione. Condividiamo la casa e la routine quotidiana. Per me, la vita comunitaria è diventata un elemento centrale del servizio civile: una presenza costante che offre accompagnamento e stabilità. 

Un altro spazio di cura condivisa è la casa famiglia. Qui i minori, che per varie ragioni hanno dovuto lasciare il loro nucleo d’origine, trovano un ambiente che li accoglie e prova a sostenerli: una piccola comunità che tenta di compensare le mancanze del contesto familiare, spesso segnato da problemi più ampi che riflettono la situazione sociale in Ecuador. 

In questo intreccio di vulnerabilità e presenza, difficoltà e tentativi di risposta, la dimensione comunitaria assume un ruolo fondamentale. 

L’esperienza del servizio civile è intensa, a tratti impegnativa. Nonostante l’entusiasmo con cui ci siamo imbarcati in questo percorso, l’adattamento richiede tempo e mette alla prova. 

L’Ecuador è un paese di grande bellezza, con paesaggi estremamente vari: Amazzonia, Ande, città, costa. Questa ricchezza convive però con criticità profonde. Il paese sta attraversando un periodo di forte instabilità politica: negli ultimi mesi le tensioni tra popolazione e governo sono aumentate. L’eliminazione del sussidio per il gasolio, ha scaturito proteste diffuse, blocchi e l’annuncio di un paro nacional. La risposta del governo è stata una repressione durissima e, dopo un mese e mezzo di mobilitazioni, tutto si è concluso senza reali cambiamenti, lasciando un clima di sfiducia e frustrazione diffusa.

A questo quadro politico già teso si aggiunge un aumento significativo di criminalità e insicurezza registrato nell’ultimo decennio. Quello che un tempo era considerato il secondo paese più sicuro del Sud America, è oggi percepito come uno dei più pericolosi. L’instabilità economica e le disuguaglianze strutturali rendono molte persone esposte e vulnerabili. 

Vivere questo contesto come volontaria significa confrontarsi quotidianamente con contraddizioni, con la capacità delle persone di resistere e con ingiustizie che persistono. Porta anche a interrogarsi sul proprio privilegio e sui limiti del proprio ruolo. E’ un’esperienza che può generare rabbia, tristezza, frustrazione e impotenza; allo stesso tempo costringe a guardare con onestà il sistema dentro cui ci si muove e il posto che si occupa al suo interno, riflettendo su che cosa significhi prendersi cura in una realtà segnata da precarietà e resistenza.  

Per questo, nonostante le tante cose da imparare e da scoprire, la vita qui richiede un forte impegno emotivo e mentale. In questo scenario, avere accanto un gruppo capace di sostenerti nella fatica fa davvero la differenza e aiuta ad alleggerire il carico: offre ascolto, normalità, momenti di pausa. A casa cerchiamo di ritagliarci tempi per dipingere, giocare, cantare: attività semplici che aiutano a scaricare la tensione e recuperare le energie. 

Anche nel lavoro con i minori emergono contraddizioni e limiti: i metodi educativi adottati non sempre rispondono alle esigenze reali, le risorse sono limitate e l’intervento istituzionale spesso insufficiente. Tuttavia, proprio in questi contesti ,dove il supporto formale arriva solo fino a un certo punto, la dimensione collettiva può avere un impatto importante.

I bambini e le bambine accolti nella casa famiglia, che hanno dovuto allontanarsi dal loro contesto d’origine, trovano nel gruppo una nuova famiglia. Spesso li si vede aiutarsi: consolarsi, sostenersi, occuparsi l’uno dell’altro. Non mancano conflitti o dispetti, naturalmente, ma emerge una solidarietà spontanea che nasce dal legame tra loro. Ci si accorge di come il gruppo riesca a intervenire su un disagio individuale, aiutando a contenerlo e a renderlo più affrontabile. Osservare questa capacità di cura tra pari è una delle esperienze più significative che ho vissuto.

In una società in cui lo Stato fatica a garantire condizioni adeguate alle famiglie e ai minori in difficoltà, e in cui la cultura patriarcale produce effetti pesanti sulla violenza domestica, la comunità diventa un luogo che tenta di sanare e colmare le mancanze, offrendo un sostegno imprescindibile per l’individuo.

In questi mesi ho constatato quanto la dimensione comunitaria possa essere uno spazio di cura. Non significa che il gruppo sia sempre un luogo armonioso o lineare, ma aiuta ad affrontare meglio le difficoltà quotidiane. Avere cura delle relazioni e dei gruppi richiede presenza costante, responsabilità condivisa e piccoli gesti che sostengono nella vita di tutti i giorni. Nella casa delle volontarie come nella casa famiglia, la comunità funziona quando si cerca di non lasciare indietro nessuno e si riconoscono i propri limiti. 

La comunità va costruita e praticata ogni giorno: imperfetta ed esigente, ma necessaria. È un anticorpo contro una società fragile e precaria, che ci mette alla prova costantemente.