Il mio servizio civile: imparare a non smettere mai di imparare
di Monica R. - Sede Gondwana Ibarra FCC, SCU Ecuador 2025/2026
Quando sono partita per l’Ecuador, non ero alla mia “prima volta”. A 28 anni avevo già vissuto altre esperienze in giro per il mondo, anche in contesti difficili e con minori vulnerabili. Eppure ogni volta è diversa, ogni volta cambia qualcosa. Penso di sapere cosa aspettarmi e poi, puntualmente, la realtà mi sorprende. È questo il bello, e, forse, anche la parte più impegnativa, del servizio civile: non si è mai del tutto preparati.
Da qualche mese vivo a Ibarra, immersa nel verde infinito delle magiche Ande, nella terra di Abya Yala, “terra in piena maturità”, dove il clima è “per sempre primavera” e le ore di luce e buio si dividono equamente come se il tempo non volesse prendere posizione. Qui svolgo il servizio civile presso la Fundación Cristo de la Calle, una realtà che lavora con bambini, adolescenti e famiglie segnate da storie difficili. Ma “difficile” è una parola debole per certi racconti: violenze, abusi, abbandoni, neonati con crisi di rabbia alla nascita, rabbia che esplode nei corpi piccoli perché nessuno gli ha mai insegnato che si può esistere senza difendersi da tutto. A volte l’impatto emotivo è forte. Non per mancanza di esperienza ma perché non si diventa mai immuni alla sofferenza, soprattutto infantile, e forse nemmeno dovremmo. Ogni giorno incontriamo sfide familiari, storie traballanti e ricadute che sembrano inevitabili. E poi succede il miracolo quotidiano: un bambino che finalmente si fida, che ti abbraccia per la prima volta, che piange davanti a te perché rappresenti un posto sicuro. La soddisfazione sta lì, nel minimo gesto, in qualcosa che non finisce nei report né nelle statistiche.
L’Ecuador è un paese pieno di contraddizioni buffe, spiazzanti e affascinanti allo stesso tempo. È un Paese in cui la puntualità non esiste quasi mai… tranne quando vai dal medico: se arrivi cinque minuti in ritardo, perdi il turno senza pietà. Ma è anche lo stesso Paese in cui prendi appuntamento dall’estetista e scopri che lei non c’è perché se l’è dimenticato. Sorrido, respiro e imparo: anche questo fa parte dell’esperienza.
Nel frattempo si vive bene, si mangia bene — frutta, empanadas, mote, colada morada etc. — e ci si perde nei colori del mercato. Il verde non finisce mai, lo ritrovo negli occhi delle montagne, nei parchi, nei sentieri, ma anche a tavola. I Il trekking è diventato routine, almeno quanto il mio nuovo amore del 2025: il bolón, rigorosamente con queso e camarones.
Ma l’aspetto più inaspettato è stato un altro: la famiglia che si crea lontano da casa. Qui ho trovato una rete di civilisti che non sono solo colleghi né solo amici; in un certo senso sono diventati famiglia, una famiglia queer che si sceglie e si costruisce, con rituali propri, battute interne, abitudini condivise, cene improvvisate e crisi affrontate insieme. Qui ho riscoperto la sorellanza, la potenza dell’energia femminile, la cura reciproca tra donne che non competono ma si sostengono. Mi mancava senza rendermene conto, e ora so che non ne farò più a meno.
Il servizio civile non è solo un lavoro né un’esperienza da curriculum. È una convivenza con realtà che potrebbero spezzarti o fortificarti… e spesso fanno entrambe le cose. È dare, ma soprattutto ricevere. È imparare ad esserci, anche quando è scomodo. È crescere, non per dovere, ma perché la vita stessa ti prende per mano e ti porta più in là.
Pensavo di venire qui già “formata”, con un bagaglio di esperienze solide sulle spalle. E invece l’Ecuador, la Fundación, i bambini, le montagne, la mia piccola famiglia… mi stanno ricordando che non si smette mai di imparare.
E che, per fortuna, non si smette mai di cambiare.