Il mio servizio civile: costruire momenti eterni
di Valentina C. - Sede Gondwana CEDIN, SCU Bolivia 2025/2026
Ah, ma è evidente, muoio.
Sto per morire, che siano giorni
o anni, sto per morire,
muoio. Lo fanno tutti,
dovrò farlo anch’io. Sì, mi conformo
alla regola banale. Però intanto,
tra un sonno e l’altro finché esiste il sonno
(solo chi è in vita gode del suo sonno)
guardando il cielo, girando gli occhi
intorno, in questi istanti incerti
io sono certamente un’immortale.
(Patrizia Cavalli, da «Pigre divinità e pigra sorte»)
Avrei molto da scrivere a partire da uno stimolo pur così semplice: il mio servizio civile. Quali altri temi riescono ad attivare così tante emozioni, ricordi, proiezioni, speranze? Al momento penso pochi. All’inizio servizio civile era una parola magica, una promessa: qualcosa in cui speravo, qualcosa per cui impegnarsi, qualcosa da raggiungere. Poi, nell’attesa della partenza, servizio civile è diventato un luogo, un luogo nel futuro, dove rifugiarsi dalle amarezze della vita. Poi, improvvisamente, nella confusione delle aspettative, la parola servizio civile ha preso prepotentemente forma: la città si è manifestata, i compagni e le compagne sono diventati persone, non più nomi scritti su una e-mail.
Lo vedo nei miei compagni e nelle mie compagne: il servizio civile ci permette di dare forma alla nostra visione del mondo: i progetti nei quali facciamo il nostro volontariato sono la materia che scegliamo per fare nel mondo – esserci, osservare, supportare, farsi da parte per fare spazio. La persona che fa domanda di partecipazione, che sceglie il progetto, che immagina in una fase ante non è la stessa che, nel dispiegarsi dei mesi, entra in scena: fin dal momento stesso in cui si decide di dedicare un anno del proprio tempo al servizio civile, si cambia. Perchè? Perchè le dimensioni da affrontare prima di partire sono molteplici: i propri interrogativi interni («starò facendo la cosa giusta? non è che mi perdo qualcosa? e se poi va male?»), quelli esterni («ma dove vai? non sei troppo vecchia per partire? ma ti pagano? ma è pericoloso? con chi vai? …»), la rimodulazione del proprio progetto di vità, l’inatteso che entra nei propri pensieri. Questo perché quando si decide di partire per un anno, per scegliersi, cercare risposte, inseguire dubbi, come si può anche solo immaginare cosa succederà dopo? È complicato, perché è il caso, è qualcosa che ci trova e ci sorprende.
Nel fare di tutti i giorni, invece, si trovano le risposte a tutte le domande. Un momento per me significativo dei primi mesi in Bolivia è legato all’incontro della vita nelle zone di campagna, nei puebli, perché proprio lì è avvenuta la consapevolezza che dovevo sospendere tutti i giudizi sul mondo che avevo accumulato fino a quel punto. L’esperienza di servizio civile permette di mettere in discussione i propri pregiudizi – per davvero! Questo perché il ruolo da volontari* del servizio civile è un topos diverso da quelli che solitamente accompagnano la scoperta: o turista o viaggiatore. Si è fuori, si è estranei però non si hanno nemmeno gli occhi dei turisti e tantomeno dei viaggiatori perché quello che stiamo percorrendo è un viaggio lungo, una permanenza. In questo modo si perdono alcune stratificazioni esterne per poter riuscire a entrare in relazione con l’alterità. A Cayimbaya, un piccolo pueblo che abbiamo visitato nei nostri primi tempi in Bolivia, stavamo montando le tende in un grande spiazzo oltre il cimitero quando siamo stati raggiunti da un gruppo di bambini e bambine. Ci fissavano in silenzio, con occhi attenti.
Chi eravamo? Da dove venivamo? Cosa stavamo mangiando? Erano le domande che si potevano leggere sui loro volti.
Dopo averci studiato per un tempo lungo, nel quale abbiamo sospettato che non parlassero nemmeno lo spagnolo, i bambini e le bambine ci hanno iniziato a parlare. Da lì, non so bene neanche io come, abbiamo iniziato a giocare. Così, liberamente, la rincorsa e la chiapparella sono diventati il nostro mediatore educativo. Da quando faccio l’educatrice, mai mi ricordo di aver voluto giocare così tanto con qualcuno, giocare, però, seriamente. I nostri giochi, infatti, sono stati la forma della nostra conoscenza, grazie alla quale abbiamo superato le nostre differenze. Ho scoperto, poi, che quei bambini ci avevano raggiunto perché, solitamente, aiutano i turisti a montare le tende e in cambio vengono pagati. Come mi ha fatto sentire questo? Alla mia me occidentale forse un po’ delusa, forse quel momento era solo l’idealizzazione naive di una ragazza, alla me volontaria, invece, ha fatto pensare che quello che è successo va oltre i preconcetti (pagare dei bambini? mettere totalmente in pratica il privilegio bianco?) e che certe cose che accadono non hanno categorie con le quali poter essere lette.
In apertura a questo testo c’è una poesia di Patrizia Cavalli che incarna un po’ il servizio civile: la rottura della linearità della vita (essere nel mondo per la collettività e non solo per sé stessi) e la costruzione di momenti eterni.