Un mondo di caos e colori

di Sabina S. - Sede Gondwana ASISDIS, SCU Bolivia 2025/2026

Il mio anno di servizio civile in Bolivia inizia quasi per caso. Nonostante sia da sempre stato qualcosa di cui ho sentito parlare molto e che un giorno avrei voluto vivere, la scelta di candidarmi così come quella di partire sono state molto veloci, quasi come se mi sentissi che stavo per perdere un’opportunità unica. Quindi mi sono candidata e dopo i colloqui sono stata ripescata per una sede diversa dello stesso progetto, cosa che è stata una sfida e allo stesso tempo una delle cose migliori che potesse succcedermi. 

Sto svolgendo il mio anno di servizio civile in Bolivia, vivendo a La Paz e lavorando ogni giorno con bambin* e ragazz* con disabilità nel centro Virgen Niña. Il centro si trova nel comune autonomo di El Alto, che sovrasta la valle di La Paz dall’altiplano, ed è uno dei pochissimi presenti che lavora in modo inclusivo con i bambin*. Il centro si divide in due macroaeree, area scolastica e area terapeutica, di cui si occupano due equipo locali che collaborano per dare ad ogni bambin* e ragazz*, e quindi alle famiglie, tutto il supporto possibile.

Io ho iniziato questo percorso senza una formazione specifica, mettendo in pausa una laurea universitaria totalmente scollegata e scegliendo di mettermi in gioco e in discussione sotto ogni aspetto della vita: quotidiana, personale, lavorativa, sociale… Non mi sento di dire che partire sia stata una scelta facile e priva di dubbi, ma ad ora mi sta regalando sorprese, emozioni, esperienze e crescita più grandi di quanto mi sarei mai aspettata.

Il mio servizio civile non lo potrei mai riassumente parlando soltanto del mio lavoro, ma posso dire che lavorare qua è stato un ottimo modo per entrare nella cultura boliviana e iniziare a scoprire qualcosa in più ogni giorno. Al centro in questi mesi ho lavorato in diverse classi con bambin* di 10-12 anni di educación especial e 4-6 anni nelle classi inclusive del nivel inicial e nelle aree terapeutiche di apoyo psicopedagógico e di fonoaudiología. Oltre a questo ci siamo divertiti a vivere halloween decorando un percorso di giochi e ambienti interattivi da far vivere ai ragazz*, a sfilare per le vie di El Alto tutti travestiti durante il desfile navideño cantando e ballando, a cucinare la pizza nella zona di panetteria con alcune delle classi più grandi e ad accompagnare le classi più grandi al museo nazionale di etnografia e folclore. Tutto questo lo abbiamo vissuto insieme ai colleghi locali, imparando a conoscerli e a farci conoscere giorno per giorno, rispettando i tempi e l’incredibile timidezza dei boliviani.

Ecco, i boliviani. Questi uomini e donne cresciuti sulle Ande, in un ambiente e un clima che ogni giorno mette alla prova il nostro corpo, fin dal primo giorno mi hanno affascinato e sorpreso. Sono persone di poche parole, che si tengono sempre un po’ a distanza e hanno bisogno di molto tempo per aprirsi e fidarsi, e anche quando lo fanno noi con i nostri modi molto espansivi e rumorosi facciamo fatica a notarlo. Sono molto riservati, ma amano condividere e raccontare la loro storia e la loro cultura se solo sei disposto a metterti ad ascoltarli. Sono trabajadores, sembra non si fermino o stanchino mai nonostante le ore e ore passate a lavorare. E poi impari a conoscerli poco per volta, e noti la fierezza dietro gli occhi scuri delle donne che osservano tutto e non si lasciano sfuggire nemmeno un dettaglio, la pelle e le mani segnate dal sole e dal lavoro a cui non riesci a dare un’età, gli occhiali da vista che quasi tutti portano e quei sorrisi enormi che vedi nei bambin* e che gli adulti provano quasi sempre a trattenere e nascondere. La cultura andina poi la scopri poco a poco, attraverso un racconto, un incontro inaspettato con una signora di ritorno dal mercato, due chiacchiere in quei 10 minuti liberi a lavoro o uno sconosciuto che ti si avvicina e inizia a parlarti un po’ a caso durante un viaggio. Così, lentamente, inizi a mettere insieme sempre più pezzi e a lasciarti affascinare dalle tante differenze e dei mille contrasti di questo luogo.

E poi ci sono casa e quel gruppo di volontari e sconosciuti con cui parti, che nonostante le differenze sono al tuo fianco a scoprire questa parte di mondo un giorno alla volta, che ti sostengono, ti capiscono, ti ascoltano e ti fanno ridere. Casa è quella cucina dal pavimento nero lucido che non sarà mai splendente, i film proiettati sul muro durante cui qualcuno finisce sempre per addormentarsi, le cene condivise passate a raccontarci la giornata e fare domande esistenziali, i giochi da tavolo, il ping pong a cui faccio proprio pena e le mille canzoni stonate alla chitarra tutti insieme.

Ma casa è anche La Paz, questa città di mattoni rossi tra le montagne in cui ti muovi in mini sperando che nel traffico siano più veloci di quanto saresti a piedi, o in teleferico osservando tutti dall’alto. La Paz è rumorosa e caotica di giorno con i suoi mercati pieni di frutta, verdura e patate mai viste prima e le cholitas vestire di mille colori che ti vendono di tutto dentro i loro aguayo, e lo è di notte in mezzo ai venditori di anticucho e choripan che spuntano agli angoli della strada. 

I miei compagni di viaggio, i colleghi e questa città così assurda sono stati un regalo tanto inaspettato, e stanno rendendo questa esperienza ogni giorno più speciale e indimenticabile. Non so se so spiegarmi come mi sia ritrovata a vivere tutto questo, ma non lo scambierei per nulla al mondo e non vedo l’ora di scoprire cosa mi riserveranno i prossimi mesi.