Abitare un altrove, abitare l'Ecuador

di Alessandro Z. - Sede Gondwana Ibarra FEPP, SCU Ecuador 2025/2026

Quando sono arrivato in Ecuador per iniziare il mio servizio civile non avevo aspettative troppo definite. Sapevo che sarebbe stato un anno intenso, lontano da casa, e che mi avrebbe messo alla prova sia a livello personale che lavorativo. Quello che non immaginavo era quanto velocemente tutto sarebbe diventato così pieno, complesso e, a tratti, travolgente.

Vivo a Ibarra e lavoro nell’area di progettazione, occupandomi della scrittura e dello sviluppo di progetti di cooperazione: dall’analisi dei bisogni sul territorio, alla raccolta dei dati, fino alla redazione delle proposte da presentare a enti finanziatori, con l’obiettivo di trasformare esigenze reali delle comunità in interventi concreti. Fin dall’inizio mi sono trovato immerso in un contesto lavorativo molto dinamico, fatto di scadenze, riunioni, scrittura di progetti e continui cambi di priorità. Nei primi mesi non è stato semplice orientarsi: tante cose da imparare, procedure nuove, lingue che si mescolano e la sensazione costante di dover rincorrere il ritmo di un’organizzazione che non si ferma mai.

Uno dei momenti più significativi di questi mesi è stato il periodo del paro, quando il paese si è praticamente bloccato a causa di scioperi e proteste diffuse. Spostamenti limitati, incertezza, notizie quotidiane di scontri e tensioni sociali. È stato un tempo sospeso, difficile, ma anche utile per capire davvero il contesto in cui mi trovo e le fragilità strutturali che attraversano il territorio. Quando il paro è finito, tutto è ripartito all’improvviso, e da un giorno all’altro siamo passati da settimane di immobilità a una mole di lavoro enorme da recuperare.

Negli ultimi mesi ho avuto anche l’opportunità di partecipare attivamente alla scrittura di progetti importanti, tra cui uno che è stato approvato e finanziato. Vedere un progetto a cui hai lavorato prendere forma è una soddisfazione grande: significa che le idee, le analisi e il tempo speso possono davvero trasformarsi in qualcosa di concreto e utile per le comunità. Allo stesso tempo, lavorare su progetti legati alla cooperazione e all’aiuto umanitario ti mette davanti a responsabilità reali e a decisioni che non sono mai solo teoriche.

Una parte fondamentale del mio servizio è il lavoro sul territorio, dove realizziamo diagnosi comunitarie in diverse zone rurali. Incontrare le persone, ascoltare le loro storie, raccogliere dati su diversi temi come: povertà, accesso ai servizi, violenza di genere e condizioni di vita è stato forse l’aspetto più formativo ma anche più duro. Ti confronti con realtà molto lontane dalle tue, con problemi che spesso vengono normalizzati, e questo ti costringe a rimettere in discussione molti dei tuoi punti di vista.

Fuori dal lavoro, il servizio civile è fatto anche di relazioni: con le persone con cui condividi la casa, con gli altri volontari, con i colleghi. I legami qui si creano in fretta, perché si vive tutto in modo molto intenso. Ci sono momenti di stanchezza, nostalgia e confusione, ma anche spazi di leggerezza, viaggi, risate e confronto continuo.

Oggi, guardandomi indietro, mi rendo conto che il servizio civile non è solo “dare una mano”, ma è soprattutto imparare a stare dentro la complessità, accettare di non avere tutte le risposte e continuare comunque a fare la propria parte. È un’esperienza che ti cambia lentamente, giorno dopo giorno, senza grandi frasi ad effetto, ma attraverso il lavoro quotidiano, le relazioni e il contatto diretto con una realtà diversa dalla tua.

Non so ancora cosa mi porterò a casa alla fine di questo percorso, ma so che qualcosa sta cambiando, lentamente, nel modo in cui guardo le persone ma soprattutto me stesso.