Non un viaggio, ma un processo
di Luigi G. - Sede Gondwana La Paz IPDRS, SCU Bolivia 2025/2026
Scrivo queste parole con la consapevolezza di non riuscire pienamente a spiegare il turbinio di emozioni e di pensieri che sono nella mia testa. Scrivo dalla mia città italiana, nella mia vita di “sempre”, e a metà della durata del progetto, con la difficoltà di trovare anche solo le parole per avvicinarmici lontanamente. A volte mi fermo e quasi mi sorge il dubbio se tutto quello che sto vivendo grazie all’esperienza di Servizio Civile Universale sia vero o sia solo frutto di un meraviglioso e lunghissimo sogno.
Vivere in Bolivia, nella metropoli più “alta” del mondo, è in effetti un’esperienza dignitosamente paragonabile a un sogno onirico. Il paesaggio dà l’impressione di essere sulla Luna, il colore della terra fa pensare a Marte e, per la luminosità del Sole, sembra di essere su Venere. I volti delle persone, i loro occhi, ti fanno subito capire che sei tanto lontano da casa. Il Sole, che nel suo picco è a Nord, e le stagioni invertite non ti lasciano mai pensare che il luogo in cui vivi possa essere minimamente paragonato a Casa.
Vivi in una “bolla”, una bolla che non sempre sa essere accogliente. La diffidenza delle persone e la durezza delle condizioni atmosferiche diverse volte hanno messo alla prova la mia forte convinzione di vivermi appieno questa esperienza. Sapevo che non sarebbe stato un viaggetto di piacere: per comprendere realmente ciò che mi circondava ho dovuto spogliarmi di molte delle convinzioni che ho fossilizzato nei miei 28 anni di vita, mettendo in discussione persino il mio modo di vedere il mondo. Vivere con questo popolo meraviglioso mi sta insegnando che siamo tutti figli della Pacha Mama, figli della Madre Terra, figli del Tutto. Questo ti mette in forte connessione con ciò che ti circonda, se ti poni nella condizione di connetterti.
Alla luce del mio ritorno intermedio in Italia, a metà della mia esperienza, mi rendo conto di quanto il modo di concepire sé stessi e il mondo della maggioranza delle persone qui in Italia sia ego-referenziato. Di quanto abbiamo perso il contatto con ciò che è intorno a noi e che è qui da molto prima di quanto possiamo immaginare.
L’esperienza nell’ente ospitante “Instituto Para el Desarrollo Rural de Suramerica” (IPDRS) mi ha aiutato e tuttora mi aiuta molto in questo processo. L’ONG si occupa di promuovere sinergie e azioni di sviluppo rurale di base indigena e contadina in tutta la regione sudamericana, con un ufficio nazionale a La Paz (la sede dove principalmente svolgiamo il nostro Servizio) e due sedi regionali: una nella regione amazzonica del Pando e una nella regione meridionale del Chaco.
L’esperienza non è stata tutta rose e fiori – come d’altronde lo sono pochissime cose nella vita – ma è di sicuro un’esperienza che mi sentirei sinceramente di consigliare a chiunque. Le difficoltà che si incontrano nel rapportarsi con persone di Paesi e culture profondamente diverse dalle nostre possono essere estremamente frustranti nel primo periodo, ma il senso di gratificazione che si prova quando si riesce a stabilire un ponte tra noi e “loro” vale la pena di tutti i dispiaceri che questo processo può causare.
Lavorare per l’IPDRS mi ha permesso di svolgere le mansioni più disparate: dal riordino archivi al controllo documenti, per poi passare alla parte ben più entusiasmante legata alla ricerca, alla gestione e all’implementazione di progetti, che ci permette di svolgere periodi di missione “sul campo”. In questi periodi di missione si ha davvero la possibilità di comprendere il perché di tutto il lavoro d’ufficio, potendo toccare con mano le realtà di cui ci occupiamo e riuscendo a contestualizzare i bisogni e le necessità delle popolazioni beneficiarie dei progetti.
Sono esattamente a metà della mia esperienza e posso dire con certezza che il processo di cambiamento avvenuto negli ultimi sei mesi è stato ben più impegnativo e totalizzante di quello vissuto negli ultimi dieci anni. Ma questo è solo l’inizio. È il seme che ha messo le basi a un processo di trasformazione e di crescita le cui potenzialità sono indefinite e la cui fine mi auguro non avvenga mai.
A quelli che sono indecisi a intraprendere questa esperienza dico: PARTITE. Siate pronti a lasciarvi alle spalle ciò di cui avete già certezza per tuffarvi in un mondo che è ben più grande di quanto si possa immaginare.