Inseguendo una vocazione...

di Emanuele D. - Sede Gondwana JUM, SCU Argentina 2025/2026

“La verità è che è un peccato non potervi accogliere per più tempo. Avremmo un gran bisogno di volontari come voi.” La voce di Raúl è per me una vocazione chiara: mi sento chiamato a tornare, a investire più tempo in questo angolo remoto dell’Argentina, a spendermi per una causa che sento giusta. Siamo a luglio del 2024 e sto dedicando un mese del mio anno di volontariato alla scoperta della Federazione “Junta Unida de Misiones” (JUM) e al servizio dei suoi progetti nelle comunità indigene della provincia del Chaco, al limite del Impenetrable, una selva seconda per estensione soltanto all’Amazzonia e condivisa tra Argentina, Paraguay e Bolivia.

Tornato in Uruguay, base del mio volontariato, raccolgo l’invito di Raúl, coordinatore delle attività della JUM, e mi metto all’opera per trovare una maniera sostenibile per dedicarmi alla missione di questa organizzazione ecumenica, fondata da varie chiese latinoamericane, e dedita a garantire pari diritti, dignità e giustizia ai popoli originari della zona, in particolare di etnia Qom, Wichí e Moqoít.

L’apertura del bando per il Servizio Civile Universale è una manna dal cielo: per la prima volta si realizzerà un progetto proprio nella JUM! Colgo al volo l’opportunità e a luglio del 2025 ritorno nel Chaco, a Juan José Castelli, installandomi nella stessa stanza che mi aveva accolto un anno prima, con davanti a me la prospettiva di un anno di servizio in una realtà tanto stimolante quanto complicata.

Mi ritrovo presto a percorrere le stesse strade sterrate, ad ascoltare le stesse storie (diverse nei fatti, ma non negli epiloghi) e a vivere le stesse dinamiche, come se in 12 mesi nulla fosse cambiato. È forse questa la prima lezione che il Chaco insegna: inerzia e lentezza dominano su qualsiasi intenzione di cambiamento politico o sociale. È un apprendimento importante per me, immerso come sono in una realtà squisitamente politica e che accompagna una lotta sociale continua, che si combatte a forza di assemblee, petizioni, proteste e dialogo istituzionale.

La seconda lezione è che i protagonisti e le protagoniste di questo processo non siamo noi operatori e operatrici della JUM, non dobbiamo esserlo. Il protagonismo spetta ai popoli originari, per troppo tempo silenziati, invisibilizzati, e che ancora oggi appena affiorano in superficie nel mare della Storia per pronunciare un debole grido di denuncia. Il compito che ci spetta è fare da megafono.

Così, in questi primi sette mesi, mi adopero per far sì che nuove esperienze arricchiscano il cammino di queste persone e delle loro comunità. Accompagnare un ragazzo nel suo primo viaggio fuori dal Paese perché partecipi a un seminario sulla teologia decoloniale; realizzare foto e testi di presentazione per delle opere artigianali che saranno esposte a Buenos Aires, lontana capitale e traguardo insperato per una donna analfabeta; intervistare gli e le studenti residenti nella JUM e recentemente laureati e laureate perché chi ci segue sui social network possa conoscere i loro sogni; la più semplice manovalanza per l’organizzazione dell’annuale Incontro sui Diritti Umani delle Popolazioni Indigene… tutto questo è il contributo che sono chiamato a dare e che a volte è frutto dell’iniziativa personale.Infatti, c’è molto spazio nella programmazione del lavoro della JUM per poter inventare forme nuove di accompagnamento e offrire iniziative originali alle comunità con cui ci relazioniamo. La proposta di un programma radio che racconti, con la voce di persone indigene, la storia e la cultura dei loro popoli s’inserisce in questo panorama del possibile, insieme alla registrazione di un podcast e (chissà) la realizzazione di un incontro ecumenico tra i e le giovani delle chiese che fanno parte della JUM e delle comunità Qom e Wichí della zona.

Ovviamente il servizio civile non è solo lavoro. Tornare a Castelli ha significato per me riprendere i contatti con qualche conoscenza vecchia di un anno, che ha rappresentato un seme per la fioritura di nuove relazioni, sfociate in veri e propri gruppi di amici e amiche con cui uscire la sera, riunirsi per suonare e cantare o per condividere un asado, o anche solo per scambiare due chiacchiere tomando unos mates.

In un esercizio che non mi piace molto, fisso lo sguardo sull’ultimo giorno di servizio civile che verrà. Tra cinque mesi lascerò il Chaco, lascerò la JUM. So per certo che le relazioni interpersonali potranno continuare a distanza, nutrendosi di tutta la bontà e l’affetto che si sta affermando in questi mesi. Per quanto riguarda il mio operato invece, spero che quando chiuderò per l’ultima volta la porta di casa, quando oltrepasserò il portone della JUM per non ritornare, potrò portare con me la consapevolezza di aver contribuito alla creazione di qualcosa di più grande, che possa essere preso in mano, trasformato, valorizzato da chi verrà dopo. Voglio che questo desiderio mi guidi nella realizzazione dei miei prossimi progetti. L’idea di seminare perché altri e altre possano raccogliere i frutti: questa la mia Stella Polare… pardón, la mia Croce del Sud.