Il mio Servizio Civile Universale
di Giovanni B. - Sede Gondwana Ibarra FEPP, SCU Ecuador 2025/2026
Quando ho presentato domanda per il Servizio Civile in Ecuador, avevo un’idea piuttosto chiara di ciò che mi aspettavo: un’esperienza di crescita, di scoperta, di messa in discussione. Non avevo però previsto che l’inizio sarebbe stato segnato da una lunga attesa. Problemi burocratici legati al visto mi hanno costretto a partire in ritardo, vivendo il primo mese in una sorta di limbo, con la testa già dall’altra parte del mondo e il corpo ancora fermo in Italia. È stato un tempo sospeso, fatto di preparazione a distanza, di incontri online e di una strana sensazione di essere già coinvolto senza esserci davvero.
L’arrivo a Ibarra, sede del progetto con la Fundación Ecuatoriana Populorum Progressio (FEPP), è stato invece tutt’altro che graduale. Nel giro di pochi giorni mi sono ritrovato immerso nella vita comunitaria, nelle prime uscite sul campo e nelle celebrazioni per l’anniversario dell’organizzazione. Il territorio andino, le comunità indigene, il lavoro dei tecnici e delle tecniche FEPP hanno iniziato a prendere forma non più come concetti astratti, ma come volti, luoghi, storie concrete. Essere sul campo, incontrare le persone beneficiarie dei progetti, osservare pratiche di produzione agricola e organizzazione comunitaria è stato uno degli aspetti più stimolanti di questi primi mesi.
Accanto all’entusiasmo iniziale, però, sono emerse anche le difficoltà. Adattarsi a ritmi lavorativi diversi, a una struttura meno definita di quella a cui ero abituato, e confrontarsi con il senso di non avere sempre chiaro “dove sbattere la testa” ha messo alla prova la mia pazienza e le mie aspettative, soprattutto verso me stesso. Ho dovuto fare i conti con la frustrazione, con momenti di stanchezza e con la sensazione di non sentirmi sempre all’altezza. Col tempo ho capito che parte del Servizio Civile sta proprio qui: imparare a stare dentro l’incertezza, ad accettare i limiti e a ricalibrare lo sguardo, senza cedere all’autocritica sterile.
Fondamentale, in questo percorso, è stata la dimensione comunitaria. La vita in casa con gli altri volontari e volontarie, così come le relazioni costruite fuori dal binomio casa–lavoro, hanno rappresentato un punto di riferimento importante. Non solo come supporto pratico, ma come spazio di confronto, condivisione e, quando necessario, decompressione. Sentirsi parte di una rete, anche provvisoria, rende più leggero il peso delle giornate difficili.
Vivere in Ecuador significa anche osservare da vicino dinamiche sociali e politiche complesse, fatte anche di tensioni e mobilitazioni che coinvolgono in modo diretto la popolazione. Essere testimone di queste realtà, pur nella consapevolezza del proprio ruolo di ospite temporaneo, aiuta a mettere in prospettiva molte (presunte) certezze e a interrogarsi sul senso del lavoro di cooperazione e solidarietà internazionale.
A distanza di qualche mese dall’inizio, posso dire che il mio Servizio Civile non sta seguendo una traiettoria lineare né idealizzata. È piuttosto un percorso fatto di entusiasmi e inciampi, di riflessioni continue e di aggiustamenti in corsa. Ed è forse proprio in questa complessità, più che in un’idea astratta di “esperienza riuscita”, che risiede il suo valore più autentico.