Fatica, compromesso, condivisione e cura
di Stefania F. - Sede Gondwana Ibarra FCC, SCU Ecuador 2025/2026
di Stefania Fiorini
Se dovessi descrivere il mio servizio civile fino a qui in poche parole condenserei il tutto in: fatica, compromesso, condivisione e cura. Lette così potrebbe sembrare che il bilancio complessivo, in fondo, non sia troppo positivo, ma la realtà ha molte sfaccettature e credo sia importante non idealizzarla.
A inizio luglio sono arrivata in Ecuador, nella cittadina di Ibarra, pronta a prestare servizio in casa famiglia, collaborando con la Fundaciòn Cristo de la Calle. Per quanto ai colloqui avessi cercato di immaginarmi la quotidianità al lavoro e per quanto in formazione le possibili problematiche che avremmo affrontato fossero state tutte messe nero su bianco, nel momento in cui ho iniziato a frequentare il lavoro, giorno dopo giorno, mi sembrava che le cose fossero più faticose di quanto avessi programmato. L’incontro culturale, il rapporto con le educatrici, l’altitudine che ti spezza il fiato, il corpo che reagisce come può a delle condizioni climatiche nuove, la nostalgia di una vita lasciata in sospeso di cui non avrei mai pensato di sentire la mancanza, il dolore e i pianti dei bambini con cui lavoro. All’inizio ho dubitato di me stessa, della mia capacità di adattamento.
Ma, e qui arriva la seconda parola, grazie alla condivisione di questi pesi le cose hanno iniziato a prendere una piega diversa. Il secondo mese ho condiviso il lavoro con Marta, altra civilista nonché coinquilina, e le giornate si facevano sempre più sostenibili. Ho iniziato a condividere le mie impressioni e i miei dubbi con le colleghe, che pian piano sono diventate persone con cui potermi confrontare e aprire. I bambini hanno preso confidenza e nei loro occhi, nei loro abbracci e nelle loro parole ho trovato il senso di quello che stavo e sto facendo.
Trattandosi di relazioni, di umanità già segnata dalle violenze più disparate, la cura è stato l’altro elemento fondamentale in questi mesi. Credo sia stata un po’ la parola guida di questo tempo, da tenere sempre a mente, sia in casa famiglia che nella nostra casa, di noi volontari. La ricerca e il dono di cura costante hanno fatto sì che, anche nei momenti di sconforto, ritrovassi il filo rosso che unisce la mia esperienza come civilista a quella di essere umano.
Infine, il compromesso è venuto come un risultato indispensabile: con le usanze che non comprendo del Paese in cui sto, con il modo di lavorare della fondazione, con i bambini e la loro legittima ricerca di spazio, visibilità e autonomia in un contesto assolutamente non facile. Ma anche con me stessa, con gli anni che passano e con il mio non essere più così estroversa, con il disincanto e quella punta di cinismo che la me di dieci anni fa avrebbe condannato senza se e senza ma e ora. invece, sono parte integrante delle lenti con cui vedo il mondo. Tornare a vivere all’estero, a contatto con tanta fragilità, forse mi sta dicendo più su chi sono diventata io che sul paese e sulle persone che mi hanno accolta. E questo è un aspetto da mettere in conto prima di partire, a cui personalmente tendevo a dare meno peso in fase di progettazione del mio servizio, ma che mi sono resa conto essere sia punto debole che punto di forza, a seconda del giorno e della situazione, del mio anno qui.