Dentro de la Amazonía, dentro de mí

di Martina M. - Sede Gondwana Tena INBAR, SCU Ecuador 2025/2026

Quando mi sono candidata al servizio civile, non avevo in mente un obiettivo preciso o un percorso definito. Sapevo però una cosa: avevo bisogno di fare un’esperienza diversa. Volevo uscire dalla mia quotidianità, sentirmi viva e, soprattutto, provare a essere utile. Cercavo qualcosa che non fosse solo un’esperienza lavorativa, ma un’occasione per mettermi in discussione, per imparare, per guardare il mondo – e me stessa – da un’altra prospettiva.

La scelta di partire per Tena, in Ecuador, non è stata casuale. Da una parte c’era il richiamo dell’Amazzonia, una parola che evoca subito foreste infinite, fiumi, umidità, vita che cresce ovunque. Dall’altra c’era il progetto con INBAR, che lavora sull’utilizzo del bambù come risorsa sostenibile. L’idea che un materiale così semplice e naturale potesse essere al centro di soluzioni concrete per l’edilizia, l’economia e lo sviluppo locale mi affascinava profondamente. Era un modo per coniugare la mia necessità di fare qualcosa per la giustizia dell’ambiente ma anche delle persone e del loro vissuto.

Arrivare a Tena, dopo aver vissuto a Bologna, è stato come abbassare improvvisamente il volume del mondo. Da una città relativamente grande e sempre in movimento mi sono ritrovata in una realtà di circa 20.000 abitanti, dove il tempo sembra scorrere in modo diverso. All’inizio lo spaesamento è stato forte: le distanze, i ritmi, le abitudini, tutto era nuovo. Ma proprio in quella lentezza ho iniziato a riconoscere qualcosa che stavo cercando da tempo: una vita più semplice, più a contatto con la natura, fatta di relazioni quotidiane e di piccoli gesti.

L’Ecuador è un paese di una ricchezza incredibile. Non solo per la sua biodiversità, per la varietà di paesaggi e di ecosistemi, ma anche per la complessità delle sue culture, delle sue storie e delle sue contraddizioni. Nel giro di pochi mesi impari a conoscere il paese, ma quasi senza accorgertene inizi anche a conoscere meglio te stessə. Il servizio civile diventa così un’esperienza totalizzante, che va ben oltre il lavoro in senso stretto.

Dal punto di vista lavorativo, infatti, le cose non sono andate come me le aspettavo. Ma col tempo ho capito che non era quello il cuore dell’esperienza. Il servizio civile, per me, è stato soprattutto un esercizio continuo di adattamento: imparare a stare in un contesto che ha le sue regole non scritte, i suoi tempi, le sue priorità. Accettare che non tutto funziona come immagini, che non sempre puoi “fare” o “risolvere”, e che spesso il tuo ruolo è quello di osservare, ascoltare, accompagnare.

Durante questo percorso ti capita di vedere situazioni che ti restano addosso. Realtà di disagio, povertà, difficoltà strutturali che non possono essere ignorate. Ed è proprio lì che nasce una delle sfide più grandi: trovare il tuo posto. Posizionarti come qualcosa a metà tra unə spettatorə consapevole e una presenza di supporto per le persone che vivono lì ogni giorno. Cercare di aiutare senza invadere, di esserci senza imporre il tuo punto di vista o i tuoi schemi culturali. È un equilibrio fragile, che richiede attenzione, ascolto e molta umiltà.

Con il passare dei mesi, Tena è diventata più di un luogo. È diventata uno spazio di crescita, di domande, di piccoli cambiamenti interiori. Un posto dove impari che non tutto deve essere definito, che non tutte le risposte arrivano subito, e che a volte l’esperienza più importante è proprio quella che non avevi previsto.

Sono contenta di essere partita: il servizio civile è un’esperienza che, comunque vada, ti cambia. Non sempre è facile, non sempre è come te l’eri immaginata, ma proprio per questo lascia un segno profondo. Tornare significa portarsi dietro uno sguardo diverso sul mondo e su te stessə. E, soprattutto, la consapevolezza che certe esperienze non ti lasciano mai davvero come prima.