Testimonianze dei volontari in servizio civile

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Un approccio diverso alla riabilitazione

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La riabilitazione in Tanzania secondo Sara, volontaria Servizio Civile con il Cesc Project.

La riabilitazione si riferisce alla branca della medicina che si occupa della diagnosi, terapia riabilitazione della disabilità conseguente a varie malattie invalidanti. Si tratta soprattutto di malattie che comportano una limitazione dell’attività e restrizione della partecipazione alla vita attiva, attraverso la riduzione  della funzione motoria, cognitiva o emozionale.


In Tanzania la riabilitazione di un bambino con disabilitá è un concetto in via di sviluppo. Rispetto al contesto italiano cambiano le esigenze delle famiglie e l’approccio terapeutico è del tutto diverso. La formazione degli operatori locali si concentra esclusivamente sui cosiddetti “mazoezi”(esercizi) tralasciando spesso la sfera emotiva-relazionale del bambino.
In Italia esistono differenti figure che in Africa talvolta vengono racchiuse in un’unica professione. Il quadro Africano offre diversi spunti di riflessioni: qual è la definizione più corretta di riabilitazione? È vero che la disabilità sia soltanto una riduzione della funzioni motorie, cognitive o emozionali? Quali sono gli strumenti terapeutici da utilizzare in Tanzania? E tanto altro ancora.
Mi soffermerei sulla valenza che ha per un genitore tanzaniano avere un figlio disabile. È difficile entrare e capire le mille motivazione che esistono rispetto ai loro modi di fare. A volte pensano sia una punizione del signore, si affidano agli stregoni, non sempre la prima scelta è quella delle cure mediche e professionali.
Perché i bambini disabili non hanno il diritto di andare a scuola? Non si tratta di una restrizione della partecipazione alla vita attiva, secondo il concetto italiano di riabilitazione? Potrebbero sembrare solo aspetti teorici eppure esistono davvero queste realtà.
Sono con l’operatrice locale, entriamo in un villaggio, dopo aver camminato per due ore incontriamo la nonna del bambino, ci accompagna da quest’ultimo, chiuso con il lucchetto dentro casa. Entriamo, ci sono solo galline, pulcini e un piccolo lettino a terra dove è steso il piccolo Baraka. L’operatrice mi invita a iniziare la terapia. Non è facile rimboccarsi le maniche, avvicinarsi a una realtà cosi povera e assurda. Rifletto, mi dico devo affrontarlo, alzarmi, e iniziare, ignorando quello che mi circonda, provo a concentrarmi esclusivamente sul bambino. In quel momento la mia mente inizia a “parlare”, sono presente in quella stanza, ma solo fisicamente. Sono molto concentrata a non far trapelare le mie emozioni. Non riesco a non pensare a lasciarmi dietro quel contesto, tocco il bambino, lo accarezzo, piange dal dolore e in quel momento che metti in discussione tutto riguardo alla riabilitazione. La “nostra riabilitazione”, le belle parole, la motivazione, l’apprendimento, la best perfomance del bambino, il gioco, la relazione! Come potremmo parlare di questo bambino secondo i canoni italiani.
Mi fermo e penso a quante volte ho criticato il centro di riabilitazione dove lavoravo perché la temperatura in una stanza non era sufficientemente calda per un bambino piccolo o quante volte secondo noi terapiste gli spazi non sono adeguati perché vorremmo una stanza a persona per fare terapia. Nei centri di riabilitazione gli spazi troppo piccoli, la mancanza di giochi, le stanze troppo calde o viceversa sono all’ordine del giorno e fonte di discussione. In Italia si parla di preparare il setting terapeutico, creare lo spazio condiviso, la relazione, il rapporto di fiducia con il bambino e le terapiste sono veicolo di tutto ciò. Esattamente, parlo di un contesto in cui tutto è diverso, a volte cambiano le priorità, si pensa di venire in Africa e avere tutte le competenze per affrontare una realtà cosi distante dalla nostra, ma quando le tocchi in prima persona tutte le tue sicurezze svaniscono. Il mio bagaglio culturale, la mia esperienza, le mie competenze non valgano molto in quanto penso sia importante prima osservare, mettersi alla pari cercando di abbandonare le proprie etichette di “bravo terapista”. Non posso giudicare, devo prima provare e vivere secondo i loro canoni abbandonando i miei.

Quando sono uscita dalla casa del piccolo Baraka avrei voluto dire all’operatrice che forse quel bambino avrebbe avuto bisogno di riabilitazione tutti i giorni, di uscire, andare a scuola, socializzare, camminare mediante un ausilio. Però non lo faccio in quanto non penso sia lo strumento più efficace per farsi accettare e soprattutto non si può giudicare seguendo le proprie mappe!

Sara, volontaria servizio civile Cesc Project in Tanzania