Testimonianze dei volontari in servizio civile

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L'altra faccia dell'Africa

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La testimonianza di Anna Laura, volontaria servizio civile in Tanzania.

Qualche giorno fa ho fatto il mio primo giro di visite domiciliari. Sono in Tanzania, nel distretto di Njombe, e il progetto che mi ospita si occupa di disabilità. In una terra in cui i servizi in ambito sociale hanno ben poche sfaccettature è facile che la disabilità abbracci fattori ben piu ampi. L'Africa in cui mi trovo è l'Africa dei colori, degli odori e dei mercati affollati, è l'Africa densa di spiritualità, in cui la gente ti incontra per strada e ti saluta perché semplicemente sei, esisti davanti a loro, è quell'Africa selvaggia e ancora poco contaminata, non è un'Africa da visitare, bensì da vivere, si fa della gente che la abita.

La giornata di domiciliari ha aperto un'ulteriore finestra nella mia visione di questa terra, siamo entrati in molte case, abbiamo dovuto camminare tanto ed attraversare campi di girasoli per poi vedere spuntare nel nulla una casa, ed era là che dovevamo arrivare. Ogni volta che varcavo una nuova soglia e sentivo una voce gridarci 'Karibu' (che in Swahili vuol dire 'Benvenuti') non sapevo bene cosa aspettarmi. Beh, innanzitutto la soglia non è proprio la soglia che ci immaginiamo, ma un confine molto meno definito, la gente qui vive in case di terra, non sempre c'è una porta, non sempre c'è un fuori e un dentro, spesso la casa è popolata da galline, capre, animali vari, più raramente cani o gatti, ed in mezzo a questi, bambini madri e nonni. Padri? di meno, e se ci sono non li vedi, sono a lavoro con gli animali o nei campi. Siamo andati da Dorkasi, un bimbo affetto da paraplegia e...boooo. Mentre camminavamo lungo il sentierino che ci avrebbe portato a casa sua, una donna ci precedeva a qualche decina di metri di distanza, portava un bimbo legato in spalla come sono solite portare i bimbi le donne qui. Quella era sua madre e quel bimbo era lui. Siamo arrivati e la signora molto gentilmente ci ha fatti accomodare, ha slegato il bimbo, l'ha liberato dalle stoffe e l'ho visto. Penso d'aver chiuso gli occhi per un attimo, la sua disabilità è passata in secondo piano, Dorkasi ha 10 anni e pesa 7 kg. Abbiamo iniziato a parlare con la madre, non capivo tutto, sono qui da troppo poco, il bambino a detta della madre stava meglio rispetto a qualche tempo fa, ma non riesce a mangiare, vomita e dalle feci è evidente che quel che non vomita non lo assimila. Eravamo in 6, tra noi un uomo che ha chiesto di vedere il padre. La donna allora l'ha accompagnato nei campi, io sono rimasta a casa con la sorellina e due operatrici del centro. M'hanno invitato ad avvicinarmi, l'ho fatto, l'ho toccato, gli ho toccato la pancia gonfia, la schiena rattrappita, il polso e le gambe, le caviglie...ho toccato tutta la sua fragilità. Penso m'abbiano attraversato sentimenti indefiniti tra rabbia e compassione e un po me ne vergogno. Penso di aver provato pena poche volte nella mia vita, cerco di vivere le cose cercando di comprenderle sempre, la pena è giudicante e senza speranza. Questi genitori hanno deciso di ammazzare il figlio venuto male? è un peso che non riescono a sostenere? O forse è troppo dolore, troppa sofferenza? Qual è la motivazione? È come negli animali forse, è la legge della natura a cui obbediscono? E soprattutto, io cosa posso fare? A queste domande non trovo ancora risposte, e non so se le troverò mai. Non so ancora bene quest'esperienza cosa mi ha dato, penso ci voglia tempo perché certe cose sedimentino, tuttavia spero di rivederlo, di avere ancora occasione di andare da lui e magari vederne i miglioramenti, il centro organizza 2 settimane intensive sulla malnutrizione, chissà che io non possa vederlo qui.

La mia prima reazione è stata chiudere gli occhi per un'istante, fino a trovare il coraggio per aprirli ancora, e guardare.

Questa è la forza che spero di avere sempre, e il coraggio che auguro a tutti.

Questa è l'altra faccia dell'Africa.

 

(Anna Laura, volontaria servizio civile Cesc Project 2014)