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Agre Fute e la pianta di mango. Dall’amore per la terra un lavoro per i disabili.

La testimonianza di Giada, volontaria in servizio civile in Tanzania.

DSC_0143Un piccolo villaggio, esteso lungo i due lati della strada, poche case, qualche negozio, tanta gente, parecchi bambini. Per strada…donne che cucinano, donne che lavano, uomini che bevono, uomini che aggiustano, bambini che giocano, gente che lavora, gente che coltiva, bambini che tornano da scuola con la zappa in mano.

Ebbene si in Tanzania a scuola zappano, piantano, tagliano, coltivano. In Italia un’ora o forse due ore a settimana sono dedicate all’attività fisica, ma non di più perché il programma di italiano e matematica è troppo vasto per consentire di “perdere tempo” in una palestra o in un cortile.

Con il raccolto si guadagnano soldi, si fanno baratti, si mangia, si fa parte della società, si vive, si pagano, almeno in parte, le terapie per i figli disabili. Sono proprio le persone con disabilità il perno del nostro progetto;  una disabilità che fa male, senza spiegazione e troppo spesso senza speranza.
Ma lui la speranza l’ha piantata e la fa crescere piano piano giorno dopo giorno, il suo nome è Agre Fute. Un uomo di 18 anni - già perché in Tanzania a 18 anni si è già uomini compiuti - con un aspetto da quattordicenne, un sorriso sardonico stampato in viso e un ritardo mentale grave. Chi lo conosce da parecchi anni racconta che qualche tempo fa alle persone si rivolgeva così: “utakufa?”- morirai?.
Agre frequenta abitualmente il centro diurno di Wanging’ombe, ma non arriva solo. Ogni giorno porta con sè un ramo, pronto ad essere piantato e curato con attenzione e orgoglio. Ma c’è una pianta in particolare di cui vi vorrei parlare: una pianta di mango , anzi la sua pianta di mango, da lui piantata circa un anno fa.
Non ci sono spiegazioni logiche che possano chiarire il perché della crescita di questa pianta, considerato che è ricoperta, quasi soffocata, da paglia e rami, che Agre sistema e sposta accuratamente ogni giorno. Ovviamente non si dimentica di innaffiarla e scambiarci due parole ogni qualvolta le passi vicino.
Nel fare incomprensibile del signor Agre Fute c’è un istinto che gli permette di agire in modo funzionale alla crescita e cura della pianta, nonostante le modalità siano differenti dai meccanismi dell’ agricoltura canonica.
Il fatto è che a Wanging’ ombe l’agricoltura è indispensabile, come è indispensabile un medico o un negozio di alimentari in gran parte dell’ Europa occidentale. L’intera società di villaggio si regge sul lavoro dei campi ed è per questo che nei vari centri diurni si sceglie di valorizzare le autonomie dei ragazzi tramite l’agricoltura.
Storie come quella di Agre ci dimostrano che nelle nostre strutture si punta a utilizzare le attività dei centri per rendere il ragazzo parte integrante dell’attività lavorativa del villaggio; le attività ambiscono non solo a fini di tipo pedagogico ed educativo ma permettono ai ragazzi di giocare un ruolo cruciale all’interno della società tanzaniana malgrado le loro difficoltà fisiche o intellettive.
Agre, grazie alle sue capacità lavorative, può dare un contributo alla comunità di cui fa parte, alla famiglia che lo percepisce come una persona su cui contare sotto il punto di vista produttivo; ancora più importante è la percezione che Agre ha di sé stesso e il ritorno che queste sue competenze gli danno in termini di autostima e soddisfazione.
Viene immediato fare il parallelo con alcune realtà, in Italia, dove le attività proposte, per quanto volte a sviluppare  varie capacità nei ragazzi, restano fine a se stesse vanificando così  in parte gli esiti e la soddisfazione che l’utente può raggiungere. Pensiamo alla creazione artigianale di oggettistica (bomboniere, soprammobili, cornici…) - attività molto usata nei centri diurni italiani - che potrebbe essere  utile anche in Tanzania per stimolare varie abilità, ma insufficiente per portare a far parte della società e del mercato locale.
La conoscenza dell’agricoltura, quindi, valutata con occhi tanzaniani, è opportunità di grande integrazione sociale, nonché fonte di stima da parte del villaggio nei confronti degli utenti capaci di coltivare e causa di massima riconoscenza verso chi - gli operatori locali - ogni giorno stimola e incita le attività agricole all’interno dei centri.
La vicenda di Agre mi rimanda al film “Si può fare” diretto da Giulio Manfredonia, la storia, vera, di un gruppo di ragazzi disabili che, tramite una partecipazione motoria e intellettiva attiva, abbandona il lavoro assistenziale per entrare far parte del mercato reale, trasformando i suoi membri in artigiani del parquet. I ragazzi di “Si può fare” e Agre si sottraggono alle occupazioni assistenziali alle quali spesso avviamo i disabili in Italia e che danno vita ad un “finto mercato”. In realtà se rovesciassimo la situazione, ovvero se la vendita diventasse l’obiettivo e l’operato il mezzo, probabilmente le attività assumerebbero una forma più realistica e le persone con disabilità diventerebbero, a maggior ragione, perni fondamentali della società e del mercato, che, a dirla tutta,  attualmente sono una delle cose che più danno preoccupazioni. Una sottile differenza che, senza troppi ragionamenti, a Wanging’ombe si fa.

(Giada Corona)

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