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Agosto 2012. Una pagina di diario, dopo due settimane di Africa.

DSC_0260Venerdì 17. Potrebbe per alcuni essere ironico dover scrivere il diario proprio oggi, invece per me è una grande fortuna perché mi permette di riflettere su come possa essere diversa la vita qua rispetto al mondo da cui veniamo. Fatta eccezione per qualche rapida battuta a colazione, mentre gustiamo l’ormai abituale pane e burro o pane e miele, ci siamo tutti quanti scordati delle stupide superstizioni legate a questo giorno.

Non che qua la superstizione non esista e, anzi, a giudicare dai racconti di chi vive qui da molti anni, sembrerebbe che essa, assieme alla magia, ricopra un ruolo molto significativo. Non abbiamo sin’ora avuto modo di approfondire troppo questo aspetto e forse non lo faremo mai, però ho come l’impressione che la loro magia sia un pochino più magica e le loro credenze assai più affascinanti della semplice coincidenza di un giorno ed un numero.

Venerdì 17 dunque, nonché fine della seconda settimana. Oggi è l’ultimo giorno di mattoni, come scoprirò purtroppo troppo tardi! Se l’avessi saputo prima mi sarei fiondata al volo nel fango, invece era il mio turno in cucina. Con Bernardo, Lusiana e Tina abbiamo sfidato una bacinella di patate ed un casco enorme di platani, una sorta di banane che qui vengono cotte nel sugo come le patate con lo spezzatino. Una delle suore francescane che operano qui a Wanging’ombe mi aveva avvertita, dicendomi di indossare i guanti per non macchiarmi le mani col ferro presente nella buccia dei platani, ma non volevo fare la raffinata rispetto alle ragazze del posto e quindi non ho ascoltato le parole del saggio! Ecco! Ben presto mi son ritrovata con i palmi appiccicosi e neri pece. Abbiamo persino scherzato sul fatto che le mie mani non erano più tanto da Wazungu (da bianco). Le ragazze hanno riso. Quanto è difficile scherzare! Quanto mi sembra difficile! Perché scherzare nella propria lingua, ma soprattutto nella propria cultura, è così semplice! Perché si ha lo stesso background. Ciascuno di noi conosce con buona sicurezza i tabù, le ironie condivise, gli ambiti pericolosi. Qui no. Qui non solo non parliamo la loro lingua ma ogni volta che diciamo o facciamo qualcosa c’è sempre un pizzico di ansia di infrangere una zona off-limits, un terreno fragile, e di poter in qualche modo offendere il loro mondo o compromettere quel flebile legame che si è creato fra di noi in questi giorni. In realtà forse penso troppo.

Cucinare in gruppo, tutti seduti attorno alla bacinella, è bellissimo. E’ davvero un’emozione grande per noi, figli di un mondo che ha fatto dell’individualismo la sua vocazione. Se chiudo gli occhi mi sembra di tornare ai tempi dell’università, dell’Erasmus, dei mille coinquilini e delle cene in compagnia. Poi li riapro e davanti a me c’è solo Lusiana, col suo sorriso bellissimo, che mi dice qualcosa di stupendo che io non capisco. “dada Sara” (sorella Sara) e “kupika”(cucinare) sono le sole parole che riesco a decifrare. Forse mi sta solo richiamando al lavoro. “Pole Lusiana, Sognavo ad occhi aperti” vorrei dirle, ma lo penso solo. Forse dai miei occhi lo capisce lo stesso.

La mattina trascorre con qualche pettegolezzo sui ragazzi che vengono distinti in due nette categorie “mzuri sana” (molto belli) o “mbaya sana” (molto brutti). Ridono di gusto nella loro semplicità e mentre rido con loro penso a quanto sono contraddittorie. In alcune cose sembrano donne adulte, nonostante abbiano anche dieci anni meno di me. Mentre a stento cerco di seguire il loro ritmo nel pulire le verdure o impastare il pane, mentre guardo le dada giovanissime ma dall’aspetto così vecchio, mentre osservo i loro movimenti sicuri nel compiere azioni quotidianamente ripetute, mi sento proprio piccola, un po’ incapace. La situazione è del tutto ribaltata quando, nel pomeriggio, proponiamo loro semplici giochi infantili come “un,due, tre stella!” o pallavolo. Non solo i ragazzi della parrocchia sembrano in seria difficoltà ma per ogni errore ridono a crepapelle. Se chiudo gli occhi rivedo noi a 10 anni che giochiamo in cortile. Le loro risate, però, sono davvero contagiose e alla fine ci divertiamo un sacco anche noi. Le mani sbucciate, qualche pallonata in faccia, ma tanta leggerezza nel cuore. Poco dopo siamo assaliti dai bimbi del villaggio che ci chiedono a ripetizione mille Picture e coi quali giochiamo un bel po’ fino a che il sole se ne va e ci ricordiamo che stasera ci siamo auto-invitati a cena dalle suore indiane. Tra la doccia e la partenza riusciamo a fare qualche foto al tramonto. Lo sanno tutti che i tramonti africani tolgono il fiato ma vederlo coi propri occhi fa davvero un altro effetto.

E poi via, di corsa dalle Sista (non sister come pensava Fabio ) che stasera cucinano riso biryani con arachidi, cipolle, carote, patate e spezie. Che gioia immensa una cena diversa! Fino a poche settimane fa non sarebbe stato niente di che, ma ora cominciamo ad accusare un po’ la noia di minestra, fagioli e verza. Le torte che abbiamo portato non sono un gran che, ma va bene lo stesso. La semplicità delle Sista le fa sembrare buonissime anche a noi. Al ritorno al centro viene lanciato un super torneo di Risiko al quale partecipano quasi tutti tranne la sottoscritta, impegnata a scrivere il diario del giorno. Anche se in questo preciso istante sono ai margini del gruppo, mi sento totalmente a mio agio con tutto questo vociare di sottofondo e, ancora una volta come da alcuni giorni, mi chiedo cosa posso fare per far persistere questa bellezza nella mia vita di tutti i giorni.

La giornata volge al termine: il bilancio è di qualche ferito (la povera Luana s’è presa una zappata sulla gamba), il record di mattoni (registrato da quasi solo ragazze), tanti giochi, tante risa, tante strette di mano, tante pacche sulle spalle, tanta fatica, tanto sole, tanti sorrisi e un po’ di malinconia, che lentamente comincia a bussare. E’ venerdì. Tra poco più di una settimana sarà tutto finito. Per chi sta a 600 km da Roma sarà ancora più finito. Cerco di non pensarci e di pensare a domani, giorno in cui finalmente visiteremo l’orfanotrofio.

Ho sempre pensato di essere, a tratti, un po’ sfigata. Ma in questo venerdì 17 mi sento davvero colma di una fortuna infinita. Non ho un Dio da ringraziare quindi ringrazio il caso che ha fatto sì che io sia qui oggi, nel cuore  dell’Africa, soggetta a miliardi di stimoli nuovi, attanagliata da insetti terribili e sconosciuti, sconfortata da una lingua che non capisco per nulla e circondata da tantissime persone che varrebbe davvero la pena conoscere un po’ di più.

 

(Sara Ravazzoli, campista 2012)

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